Sanità, ai privati 2,5 milioni di euro per ridurre le liste d’attesa

Finanziate visite, esami e ricoveri che il pubblico non riesce a soddisfare. L’assessore Telesca: va reso più efficiente l’uso delle attrezzature

UDINE. Un accordo tra Aziende sanitarie e privati accreditati per abbattere le liste d’attesa. In verità l’accordo c’era, autorizzato dalla Regione ancora a inizio anno, ma non vi era uniformità di interpretazione circa le modalità di questa collaborazione. Ed ecco arrivare una delibera che puntualizza, consentendo alle Aas e alle Aziende sanitarie universitarie integrate di Udine e di Trieste, di spendere i 2,5 milioni di euro destinati a progetti finalizzati a ridurre i tempi di attesa. Sia in alcune prestazioni specialistiche che nei ricoveri.

Quali? «Non c’è un elenco definito - spiega l’assessore regionale alla Salute, Maria Sandra Telesca - dipende da quali sono le eventuali criticità di ogni singola azienda». Come dire che ci sono strutture che registrano tempi eccessivi per l’intervento di cataratta, e quindi possono “acquistare” prestazioni dai privati per questo tipo di intervento; altre che rilevano attese oltre la soglia per esami strumentali, e possono fare ricorso ai privati per ridurle.



Era già previsto che i privati potessero ricevere un mandato dalle Aziende per attuare ulteriori progetti di abbattimento delle liste d’attesa, ma la concretizzazione di questa possibilità è avvenuta con modalità diverse da Aas a Aas. Ora la delibera approvata dalla giunta regionale chiarisce che queste risorse aggiuntive finalizzate, ripartita tra le Aziende, possono essere destinata per almeno il 20% della quota assegnata a ciascuna azienda, innalzabile al 40% nei territori in cui non c’è una Casa di cura.

Gli accordi possono dunque essere stipulati sia con le Case di cura accreditate, che erogano prestazioni di ricovero e prestazioni specialistiche, che con le strutture private accreditate che erogano solo specialistica ambulatoriale.

«Puntiamo - dichiara Telesca - a instaurare un rapporto più intenso, ma anche più mirato, con le strutture private che devono entrare in gioco per abbattere le liste di attesa. Non in modo generico, ma valutando i settori in cui il problema esiste e dove effettivamente è necessario incrementare il numero delle prestazioni».

E questo chiama in causa un termine che sempre più spesso compare quando si parla di sanità: appropriatezza. Perché è questa la parola-chiave che deve guidare l’agire di tutti gli attori del complesso sistema salute. A partire dal cittadino, per arrivare al medico di medicina generale, allo specialista, alla struttura pubblica e privata.

Il problema dei tempi di attesa in sanità, infatti, non ha ancora trovato “la” soluzione. «Esperimenti ne sono stati fatti ovunque - aggiunge l’assessore - ma risultati definitivi non ce ne sono. Ad esempio il semplice incremento dell’offerta di prestazioni, non risolve il problema, perché con l’incremento dell’offerta arriva un aumento della domanda. Quindi il problema è a monte: valutare la correttezza della prescrizione». Studi dicono che «anche in radiologia c’è una quota di esami inappropriata, e dunque occorre lavorare sull’appropriatezza prescrittiva».

Un altro aspetto attiene «all’organizzazione, che può essere migliorata - riconosce Telesca -, credo che un utilizzo più efficace ed efficiente delle apparecchiature possa essere fatto. Così come dobbiamo proseguire nella strada del separare i percorsi. Ad esempio i pazienti soggetti a esami periodici, devono avere percorsi dedicati che non vengono gestiti attraverso il Cup. Nel caso dei malati cronici, quando sappiamo che un paziente diabetico deve sottoporsi a determinati esami ogni 6 mesi e ad altri ogni 10, le prenotazioni di questi accertamenti non devono essere gestite dal Cup: il paziente deve uscire dall’ambulatorio con la prescrizione dell’esame e la data dell’appuntamento in mano. Se liberiamo il Cup da questo tipo di domanda, questo ci consentirebbe di lavorare meglio sulle richieste non incanalate».

Stesso discorso vale per altri esami che vengono ripetuti a cadenza annuale, basti pensare alle mammografie. Per le donne che non sono ancora entrate nel programma di screening ma che si sottopongno a questo esame con regolarità, nel momento in cui viene suggerito loro di ripeterlo a distanza di un anno, deve venire consegnato anche il promemoria con l’appuntamento. Routine e controlli, dunque, inseriti in agende a parte, miglioramento dell’organizzazione, ampliamento del servizio dove serve, coinvolgimento del privato sono i nodi su cui l’assessorato alla Salute sta lavorando sul fonte “tempi di attesa”. Fermo restando «che le urgenze hanno sempre una risposta in tempi rapidissimi nella nostra regione», conferma Telesca.

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