«L’odio virtuale? Si usano i social come sfogatoio»

L’opinione del professor Davide Dal Maso: «L’algoritmo di Facebook punta ai contrasti»

UDINE. Perché sui social network siamo tutti più volgari e incivili? Basta guardare i commenti a molti contenuti postati su Facebook per rendersi conto di questa amara verità, un dilagare di odio ingiustificato, discriminazioni gratuite e attacchi personali fuori luogo.

Un esempio? Quello registro sul sito del Messaggero Veneto. Alla notizia delle avverse condizioni meteorologiche che hanno bloccato in autostrada la presidente della Regione Debora Serracchiani sono seguiti numerosi commenti dal tono inappropriato, con epiteti spesso volgari e tali da portare alla loro rimozione.



Il fenomeno, più in generale, è quello del cosiddetto “hate speech”, l’incitamento all’odio che trova nei social un campo fertile in cui germogliare. Ma quali sono i motivi di questo dilagare dell’odio on-line e dove si possono trovare gli accorgimenti per arginarlo? Lo abbiamo chiesto a Davide Dal Maso, giovanissimo esperto di nuove tecnologie salito lo scorso novembre sul palco del Giovanni da Udine in occasione dell’evento del Messaggero Veneto “#Connessi 18”.

Dal Maso è coach di Social Media Marketing e si occupa di affiancare le aziende nella formazione del personale, istruito a un uso corretto e autonomo dei social per incrementare le vendite.

E ora è anche professore universitario, detentore di un piccolo record: è il più giovane docente d’Italia, avendo tenuto la sua prima lezione a 21 anni alla facoltà di psicologia dell’Università di Padova. E per il 2018 il suo obiettivo è lanciare a livello nazionale il Movimento etico digitale per portare in tutta Italia l’educazione digitale.

Sputare odio sui social sempre essere un’abitudine ormai quotidiana: per quale motivo si è arrivati a tanto?

«Le persone usano ancora i social network come se fossero un luogo di sfogo: si arriva a casa, stanchi o stufi del proprio lavoro e ci si lascia andare sulla tastiera di smartphone o pc inveendo contro tutto e tutti. Non si è tuttavia consapevoli che per qualunque frase scritta in questi spazi digitali, e questo vale anche per il caso che ha coinvolto Serracchiani, si potrebbe finire con l’essere denunciati. E in Italia si stanno moltiplicando le sentenze per “piccoli insulti” veicolati tramite commenti su Facebook, con condanne a risarcimenti che possono arrivare anche ai diecimila euro».

Un primo metodo per calmare le acque potrebbe allora essere questa presa di coscienza puntando al portafoglio?

«È una prima soluzione, anche se grezza, per il breve termine: far capire che i social network non sono un Far West in cui fare ciò che si vuole ma uno spazio soggetto a rischi e responsabilità anche gravi. E tuttavia nel lungo periodo va sicuramente attuato un piano di educazione digitale nei confronti di tutti i “players” coinvolti: in primo luogo i ragazzi, ma soprattutto genitori e insegnanti, molto spesso sprovvisti delle competenze per affiancare e guidare i più giovani».

C’è infine da chiedersi quanto i social network che ospitano questi insulti partecipino in qualche modo al diffondersi del fenomeno.

«Ho potuto constatare come sia lo stesso algoritmo di Facebook che va in un certo senso ad assecondare la diffusione dell’odio. Entrando in casa Zuckerberg ci vengono infatti mostrati per primi e più in alto i commenti negativi, quelli con un contenuto in controtendenza rispetto alla notizia principale o al post. Si verifica cioè una sorta di fenomeno di riprova sociale: si scrivono commenti all’odio per trovare appagamento nei like di persone che condividono lo stesso spirito “combattivo”, per ottenere una maggiore approvazione sociale. Inevitabile quindi l’effetto emulazione, moltiplicandosi così in modo incontrollato queste scie di hate speech».

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