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Gli chef giapponesi in Carnia: impariamo a cucinare i cjarsons

Delegazione a Forni Avoltri per una settimana di studio Il ristoratore Kazumasa intende esportare il piatto

di Gino Grillo
2 minuti di lettura

FORNI AVOLTRI. Dal Paese del Sol Levante fino in Carnia per imparare a cucinare i cjarsons. I tradizionali cjarsons, assieme a blecs, al tiramisù e al frico, si preparano a far parte dell’offerta gastronomica del ristorante Pepe Rosso di Tokio. E proprio per questo sono giunti in Carnia l’altra sera il proprietario del rinomato ristorante giapponese, il 33enne Imai Kazumasa, che propone specialità italiane, e lo staff della cucina con cinque chef per imparare a cucinare i cjarsons, il tipico piatto carnico nato dalla saga dei Cramars.

Un tempo i commercianti ambulanti carnici commerciavano con il Norico le spezie provenienti dalla Repubblica Serenissima. Al loro ritorno in Carnia le famiglie utilizzavano i rimasugli di quelle spezie per dare corpo e sostanza a un piatto povero, creando così quei prelibati agnolotti che si possono assaporare nei ristoranti non solo della Carnia.

Al loro arrivo in Carnia gli ospiti nipponici sono stati accolti dal sindaco di Forni Avoltri Clara Vidale, dal presidente dell’accademia dei Cjarsons Tullio Cecconi, da Ines Caneva della cucina Canobio e Tiziana Romanin dell’albergo Al Sole che li ospiterà per questa settimana di studio, coadiuvata dallo chef Giovanni Califano. Lo staff giapponese si è subito dimostrato interessato ad apprendere “dal vivo” l’arte della preparazione di questo piatto per poterlo proporre al meglio nel loro ristorante asiatico. Imai spiega come lo ha conosciuto: «Abbiamo partecipato ad Expo a Milano e abbiamo assaggiato il cibo della Carnia, che riteniamo molto genuino». Il primo contatto è stato con lo staff del ristorante “Da Alvise” di Sutrio, che gli ospiti giapponesi hanno visitato nel pomeriggio di ieri, da qui è nata l’idea di proporre questo piatto anche nell’isola dei Samurai. Accompagnati dal presidente dell’associazione Cecconi, ieri gli chef hanno visitato il caseificio di Sutrio, da dove si prende il burro e la ricotta affumicata per condire i Cjarsons.

Dopo una ricognizione sul territorio, che è stato apprezzato, una sosta particolare è stata effettuata nella casa di Carmen Ferrari, dove hanno appreso come fare i Cjarsons in maniera artigianale. «Gli ospiti- racconta Cecconi- non si aspettavano una simile accoglienza, con il sindaco e la gente del paese. Il fatto che siano venuti sin qui per apprendere dal vivo come si prepara un piatto, invece di leggere una ricetta magari da un libro di un altro cuoco, è segno di grande serietà». Non sono mancati alcuni momenti di preoccupazione da parte dei carnici, che temevano di perdere un’altra specialità, come è accaduto per il frico. «L’accademia dei cjarsons – prosegue il suo presidente – da una parte è felice del successo riscontrato da questo piatto, ma intende salvaguardarne il marchio d’origine». Sarà disposto un “Doc” un marchio per la “denominazione d’origine comunale” dove si elencheranno gli ingredienti principali, lasciando poi a ogni Comune la possibilità di apporre le varianti tipiche di ogni ricetta. Ci stiamo attivando pure per un marchio almeno europeo, ma le cifre che vengono richieste si aggirano su diverse miglia di euro».

L’accademia confida in un interessamento da parte dell’Uti della Carnia o di qualche altro organismo della montagna friulana per sopperire al problema economico, speranzosa che ciò possa avverarsi ora che i cjarsons assumono un ruolo importante nella cucina internazionale.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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