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Razzismo su Facebook, un consiglio a tutti i leoni da tastiera

L’Ufficio esecuzioni penali esterne ha imposto a un 44enne, imputato a Pordenone, lo stop dei social per sei mesi dopo le frasi razziste sui social

2 minuti di lettura
(pa)

Prima di postare un’opinione sui social, chiediti per tre volte se faresti meglio a non farlo. E se arrivi a chiedertelo per la terza volta, allora non postarla affatto.

Questo è il consiglio pratico che solitamente rivolgo ai miei studenti quando affrontiamo tematiche di etica e Internet; e questo è anche il consiglio che dovrebbero seguire tutti i leoni da tastiera che ogni giorno traducono il loro malessere esistenziale in rigurgiti xenofobi.

Posto che molto probabilmente a risolvere il problema dell’odio razziale serpeggiante dentro e fuori la rete non saranno i provvedimenti di prova presi dal giudice nei confronti del portogruarese Roberto Spadotto, ritengo sia utile prendere spunto da questo episodio di cronaca per analizzare la questione sotto un punto di vista laterale.

Partiamo da un dato. Non tutti sanno che un’auto nuova fiammante di oggi possiede da sola un potere computazionale maggiore di quanto ne possedesse la Nasa quando inviò i primi astronauti sulla Luna con la missione Apollo 11.

C’è più potere computazionale nello smartphone che stringiamo nel palmo della nostra mano di quanto non ne possedesse il modulo lunare che Neil Armstrong e Buzz Aldrin guidarono il 20 luglio del 1969 fino al Mare della Tranquillità.

Vorrei porre la questione in questi termini perché ci rendessimo adeguatamente conto della reale entità dell’interconnessione di dati che ci lega gli uni con gli altri tramite i nostri smartphone, tablet e computer. Secondo studi recenti, la nostra generazione è la prima a sperimentare lo zettabyte, una sorta di onda anomala di dati che si abbatte sul nostro ambiente, travolgendolo.

Da un lato, ciò può essere visto come un fatto positivo: l’umanità, infatti, non ha mai potuto disporre di una simile quantità di dati prima d’ora, tant’è vero che oggigiorno nel mondo la spesa per l’acquisto di tecnologia informatica ha sorpassato quella per l’acquisto di armi. E non è cosa di poco conto.

Ma da un altro lato, c’è da dire che la disponibilità di una simile quantità di dati non costituisce di per sé né memoria né tanto meno conoscenza. Anzi, una simile quantità di dati, in un certo senso, uccide la memoria.

Una pagina web che si aggiorna di continuo di fatto cancella il proprio passato. Il salvataggio di un documento ne cancella la versione precedente.

Ciò significa due cose: che se è ancora vero che la conoscenza è data dalla memoria del passato, oggigiorno l’enorme quantità di dati a disposizione da sola non fa la conoscenza. Inoltre, la trasmissione della conoscenza diventa oltremodo importante per il mantenimento della pace e del progresso dell’umanità.

Siamo ormai entrati nel ventunesimo secolo con tutti e due i piedi, godiamo di conoscenze scientifiche e di una tecnologia di cui l’umanità non ha mai potuto beneficiare prima d’ora, eppure siamo ancora impantanati su questioni che non abbiamo ancora risolto nonostante la Shoah, la Bosnia e il Sudan.

Se anche il capo del nuovo esecutivo nel suo discorso al Senato di ieri ha dovuto dichiarare: “Non siamo, non saremo mai razzisti”, significa che siamo ancora impantanati su quel tema.

Ciò che lascia maggiormente amareggiati della vicenda delle frasi contro i profughi è che l’ignoranza che serpeggia nel web, così concreta e presente, stride dapprima con il Trattato di Lisbona e, secondariamente, con la società della conoscenza in cui viviamo, dove non dovrebbe esserci più spazio per il razzismo, perché il razzismo è la corrente che scorre nella cloaca maxima dell’umanità e che produce odio, arretratezza e guerra, quando noi siamo alla disperata ricerca di amore, progresso e pace.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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