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Crac delle banche venete: ecco il racconto di un risparmiatore che riavrà i soldi

L’udinese Luca Rodaro e la storica sede di Banca Popolare di Vicenza, in via Cavour, a Udine

Luca Rodaro nel 2017 ha fatto la domanda telematica all’Arbitro per le controversie finanziarie. «Mi è stato concesso il lodo perchè ho conservato tutte le mail con i funzionari della banca»

UDINE. Considerava quel funzionario di banca un amico. Uscivano a cena insieme, accompagnati dalle rispettive consorti. Poi, nel 2014 gli accordi per aprire un conto deposito con interessi al 3 per cento, purché diventasse socio.

È così che Luca Rodaro è entrato nella grande “famiglia” della Popolare di Vicenza. Perdendo tutto il denaro investito in azioni, circa 7 mila euro: non una cifra che cambia la vita, ma comunque un gruzzoletto frutto di fatica e lavoro.

Ma oggi è fra i pochissimi fortunati, appena una decina in Friuli, 100 in tutto, che avranno accesso al Fondo per i risparmiatori traditi.

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Rodaro, alla luce della vicenda, si considera fortunato?

«Non so se essere fiero di come stanno andando le cose oppure no, nel senso che sono relativamente contento. Diciamo al 30 per cento».

La sua è stata intuizione? Fortuna?

«In queste cose ci vogliono bravura e fortuna. E io ho seguito le indicazioni di Barbara Puschiasis, attuale presidente di Consumatori attivi. Poi ho presentato all’Arbitro per le controversie finanziarie per via telematica le mie carte. È un ottimo strumento perché permette di fare tutto da soli».

LA RABBIA DEI RISPARMIATORI


Come era diventato socio di BpVi?

«Come molti, dando fiducia alla persona sbagliata. Ero in contatto con questo funzionario di banca che avrei definito un amico. Per la prima e ultima volta nella mia vita sono entrato in banca chiedendo di una persona. E lui, apposta, ha sfruttato il mio senso di fiducia per vendermi spazzatura».

È passato subito a proporre azioni?



«Mi ha proposto un conto deposito al 3 per cento, ma dedicato solo ai soci. Perciò avrei dovuto comprare cento azioni, pari a poco meno di 7 mila euro. Eravamo già nel periodo in cui le condizioni della banca erano chiare per chi lavorava lì, il periodo del rastrellamento».

E poi?

«Poi mi ha fatto firmare un sacco di carte mentre mi parlava di aspetti di vita personale. E io firmavo. Soltanto dopo ho saputo che erano piene zeppe di falsità, come il fatto che io fossi un investitore. Non avevo mai comprato un’azione in vita mia».

E come le erano state presentate quelle azioni?

«Dicevano che erano azioni senza rischio e avrei potuto venderle in qualsiasi momento, poi ho scoperto che stava iniziando il crollo. Dopo un anno ho saputo che non era stato nemmeno attivato il vincolo del 3 per cento sul conto. Quella era solo un’esca».



Alla fine l’arbitro Consob le ha dato ragione...

«Sì, grazie al fatto che non butto mai via niente. Avevo conservato lo scambio di mail con il funzionario e lì c’era la sua rassicurazione: azioni senza rischi e che avrei potuto vendere in qualsiasi momento. Negli anni successivi al crac si è scoperto che misteriosamente erano sparite dai server della banca tonnellate di mail, ma il mio computer conserva tutto».

Il carteggio è finito alla Consob, e quindi?

«Subito dopo è iniziato un botta e risposta con gli avvocati di un grande studio milanese che difendevano BpVi. Hanno cercato di darmi torto. Si sono attaccati ad alcune parole, ma dopo un paio di risposte si sono ritirati perché nel frattempo era intervenuta la liquidazione. L’arbitro però mi ha concesso il lodo».




 

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