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La mia Carnia soffre e lotta, ma in tv parlano degli yacht - Il commento

Int e ploia di mont: ecco il racconto della fotografa friulana dopo l'alluvione che ha messo in ginocchio la nostra montagna

Ulderica Da Pozzo
5 minuti di lettura

L’acqua dal cielo più leggera è quella di primavera, quella che viene giù tra il sole e la luce di nuvole chiare, ti regala un arcobaleno nato all’ombra degli abeti e finito in un bosco ancora addormentato, con le gemme smeraldo chiaro, che ti ricordano che l’inverno se ne è andato.

La pioggia cade leggera e rimane attaccata ai fili dell’erba. Ti bagna i piedi mentre cammini, ti attorciglia i calzini, ti entra nei vestiti, fino a farti sentire il tempo dentro le ossa, dentro i pensieri. Un’umidità densa, fumi che salgono dalla terra tiepida e ti portano nell’umidità del cielo.



La pioggia dei temporali estivi era quella che arrivava dopo che il caldo aveva fatto crescere in fretta gonfie nuvole nere. D’estate il nonno diceva che «s’a nd’è un bar di nui in Bovadiça, a ven la ploia», e tu aspettavi. Anche se il cielo era azzurro, sapevi che il pomeriggio avrebbe portato tuoni, lampi e terribili saette.

Era una pioggia che arrivava correndo. Avevamo l’erba allargata sul prato a seccare e la vedevi avanzare, dalla Val Pesarina, come una striscia nera, e noi attorcigliavamo veloci sui raclis l’erba tagliata la mattina: se erano ben fatti, l’acqua non entrava. Poi, con l’erba secca si facevano i fas: la zia Giulia e la mamma ci cacciavano dentro la testa, li tiravano su svelte e li portavano dentro il fienile. Noi stavamo fuori a tirâ il clâr finché sentivamo le prime gocce cadere sulla pelle sudata e nuda; poi si correva dentro a saltare nel fieno e si stava lì ad ascoltare la pioggia che batteva sulle tegole del tetto, così vicina. Era bello stare lì, caldi ed umidi, con i pantaloni corti, le gambe e le braccia abbronzate dal sole: Cristina, Fabrizio ed io, le mamme, il nonno e la nonna, in una vicinanza di fieno, pioggia ed affetto. Sapevamo che era una pioggia buona, che bagnava gli orti e dava vigore alle sorgenti, che durava un po’e poi finiva. L’indomani la mattina era chiara e pulita. L’acqua caduta aveva lasciato l’erba splendente e le falci, nei prati alti, ricominciavano a cantare. Ora quei luoghi sono deserti, i fienili abbandonati l’erba è diventata bosco.

La montana dei Santi arrivava ogni anno, qualche volta prima, qualche volta dopo: e pioveva, pioveva, pioveva. L’acqua cominciava a correre e a portare giù le foglie. Anche i ruscelli più piccoli, portavano giù l’acqua dalle montagne. Le “strette”, le piccole strade che salivano ai boschi e prati più alti e che servivano per portare in paese la legna e il fieno, diventavano all’improvviso torrenti impetuosi senza nome. E il Margò il nostro bel torrente che taglia la Valcalda a metà diventava impetuoso e torbido. Noi bambini andavamo in piazza dove c’era la cascata, a vederlo saltare furioso e nascondere i sassi sotto una crema marrone. In quei giorni di pioggia continua nonno Fonzo controllava il Riu di Cjantaront che scendeva vicino alla sua casa e il gran mastello per lavare le lenzuola che la nonna teneva a fianco del rio. In quei giorni il rio diventava cattivo e il nonno faceva il guardiano al rio e al mastello.

In quelle notti di montana, con l’acqua che arrivava dal cielo, si appoggiava sulle cime dei monti e poi scivolava giù verso il paese, lungo torrenti piccoli e grandi, gli uomini diventavano ombre che uscivano la notte nel buio a cercare di allontanare l’acqua dalle case. Una sorta di Protezione Civile spontanea, che era solidarietà e aiuto reciproco.

Mi ricordo di agna Femia che ogni volta che veniva la montana, in quelle notti senza luce, aveva paura del Bant, di quei grandi sassi in bilico sopra il paese, che lei vedeva rotolare giù fino alle case. Agna Femia diceva sempre: «Dal fuoco ci si può difendere, ma l’acqua può diventare malvagia e misteriosa, non sai mai quello che può succedere ne da dove può arrivare».

Mi ricordo specialmente due alluvioni nel 1966 e nel 1968. Noi, bambini di montagna, eravamo in colonia a Lignano. Siamo rimasti bloccati dalla piena del Tagliamento. Siamo tornati verso le montagne, passando su un ponte di barche e, arrivati a casa, abbiamo scoperto che l’intero borgo di Campivolo era stato evacuato a causa di una frana.

Di quei giorni, in cui il Riu di Cjarasuala al veva puartât via la mastela di nona, ricordo quel senso d’incertezza che trasmetteva l’acqua: l’acqua che usciva da ogni buco dei muri delle strade, l’acqua che stava portando via la terra. E poi quel rumore sordo e strano che veniva da lontano. Ricordo anche i giorni successivi, quando tutto tornò silenzioso. Dal cortile della scuola guardavamo un intero bosco abbattuto dalla forza del vento, lassù verso Bovadicja. La montagna di quei tempi è lontana. I paesi erano ancora pieni di gente, dietro ogni porta c’era una famiglia. Penso che il primo lavoro fatto a Cjasa da Duga con i ragazzi era dedicato alla memoria e a un alluvione a Campivolo a un borgo scomparso a poco a poco e che adesso non c’è più. “Il borg da memoria”.

Questa è la prima volta che vivo un’alluvione da lontano, ammalata e ferma a casa a Udine. L’ultima quella della Val Canale ero in giro a far foto. Facebook e la televisione sono stati i miei collegamenti con i rumori e con la pioggia di montagna. Ho guardato l’acqua correre sul display del telefono. Ho letto gli appelli dei sindaci. Ho visto le lacrime di Mara, una donna sindaco, stremata dalla tensione e dalla passione. Ho visto il coraggio e la dedizione di tante donne in prima linea nell’emergenza. Ho ascoltato gli allarmi, le incertezze, le prime paure e poi le notizie dell’acqua che cresceva. E poi il buio della notte, i messaggi spezzati, i nomi dei miei fiumi: Degano, Bût, Margò, Gladegna, Cjarso, Pesarina, Fella. E ancora il Tagliamento il grande fiume che raccoglie i colori, i sassi e l’acqua di tutti gli altri. Attraverso il piccolo schermo del mio telefono era un po’ come essere lì a vedere i torrenti che straripavano, i ponti che cadevano, il terreno che cedeva.

D’improvviso è arrivato un messaggio dei ragazzi dell’Associazione cidulins e cidulines di Ravascletto, i miei ragazzi e ho sentito che l’anima della solidarietà è ancora viva: chi ha bisogno ci chiami noi siamo disponibili.

Poi sono arrivate le foto di Aline che chiede aiuto. Un piccolo ruscello è diventato una marea di grossi sassi e fango che hanno invaso la Pace Alpina l’albergo e il campeggio di Sergio De Infanti. Le foto del Bellavista in mezzo al fango. E poi le foto della gente accorsa e i ringraziamenti specialmente ai ragazzi. Mi sono arrivate le foto postate da Matiz, delle sue mucche, e del suo gruppo elettrogeno che gli ha permesso di superare l’emergenza.

Poi mi arrivano notizie da Sauris e mi chiedo com’è possibile essere senza elettricità, senza telefono, a due passi da un lago che regala energia a tutta la regione.

Mi viene in mente Martina, ragazza del l999 che ho intervistato da poco, che adesso è lassù a Collina isolata. Penso al suo sogno di continuare vivere a Collina, ai suoi cavoli sotto il diluvio. E poi arriva un altro messaggio di quei ragazzi diventati associazione che ringraziano per aver potuto aiutare, per aver potuto sentire di essere parte di una comunità. E penso che sono loro i ragazzi della Carnia la nostra piccola forza.

Penso alla Carnia, questa piccola terra così forte e coraggiosa quando serve, e tanto fragile e in balia dei tempi. Del tempo atmosferico, ma anche di quel tempo che fa si che tutto venga deciso altrove.

In televisione ho visto e sentito parlare tanto di Rapallo dei suoi yacht, di Roma e di Venezia, pochissimo della montagna dei tanti paesi piccoli e isolati sulle Alpi. Sono luoghi che in fondo non interessano a nessuno, luoghi da prendere in considerazione tutt’al più per andare in vacanza, per realizzare la trita trasmissione televisiva sulla gastronomia, per un calendario da appendere in ufficio in città.

Eppure la forza di questi luoghi emerge in queste ore. È la forza di terre capaci di adoperare mani e cervello, di essere solidale e unita anche nella distruzione e nel dolore. Mentre continua a piovere, mia madre al telefono mi dice che non è ancora riuscita ad andare a trovare papà al cimitero. Siamo rimasti pochi ma siamo ancora forti.


 

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