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Ponti ricostruiti, strade ripulite dai rami e quella voglia di rinascere dopo il disastro: viaggio in Carnia e in Valcellina a un mese dall'alluvione

Dopo trenta giorni ecco la fotografia dello stato dei lavori che vanno avanti in montagna: i danni, secondo una stima della Regione, si attestano sui 615 milioni. La ferita più grande è quella delle infrastrutture di prevenzione e del patrimonio forestale

7 minuti di lettura



Ventiquattro ore per realizzare una bretella di collegamento che bypassa il tratto di statale franata (a Paluzza). Dodici per liberare la carreggiata dalla mole di fango e rocce piombate all’improvviso dalla montagna (a Ravascletto). Pochi giorni per far riemergere da un mikado di tronchi la pista di biathlon (a Forni Avoltri) e liberare dalla ghiaia il letto di fiumi e laghi (Barcis).

La montagna non si spezza: il nostro speciale multimediale a un mese dall'alluvione

Queste sono istantanee dal Friuli del dopo alluvione. Immagini che colpiscono perché chi arriva oggi in montagna, a poco meno di un mese dal disastro, è portato a pensare che in quest’angolo di regione non sia successo poi quel gran disastro. La viabilità fila via liscia, materiale franoso se ne vede appena, non ci fossero gli alberi adagiati uno sopra l’altro a testimoniare le raffiche di vento a 190 chilometri orari l’impressione sarebbe quella d’essersi svegliati da un incubo. D’aver sognato l’alluvione che invece c’è stata. Eccome.


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Ha colpito la Carnia e la Valcellina senza alcun preavviso e con inaudita violenza per danni che - secondo quanto annunciato dal governatore Massimiliano Fedriga e dal vicepresidente Riccardo Riccardi - si attestano sui 615 milioni. Con un vento che «così - assicura la gente - non si era mai visto». Un vento che ha impresso la sua violenza sui versanti, abbattendo abeti che dall’alto possono sembrare stuzzicadenti, ma visti da vicino impressionano per dimensioni. Alti e spessi metri. Sradicati da terra o spezzati a metà. Stanno lì, distesi uno sull’altro in attesa d’essere rimossi, memoria di una tragedia che fuori dal bosco pare (quasi) archiviata. Merito dei carnici, uomini del fare, schivi ai complimenti quanto alla facile retorica.

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La forza del "Fasin di bessoi"

Se la Carnia è in condizione di presentarsi quasi in ordine il merito è dei tanti che non hanno perso tempo, gente che ha nel dna l’autonomia amministrativa maturata in altre tragedie, vedi il sisma del 1976, al pari della concretezza tipica della gente che vive in quota. Poche parole e maniche rimboccate. A partire dai sindaci, ancora una volta protagonisti di un vero e proprio miracolo. Passi da un paese all’altro e ogni amministratore locale conserva un aneddoto dell’alluvione, una decisione presa sui due piedi, un obiettivo raggiunto in tempi da record.

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Storie diverse che nell’essenza si ripetono. Il leitmotiv è sempre lo stesso: «Fasin di bessoi». D’altronde, a sentire il primo cittadino di Paluzza, Massimo Mentil, non c’era altra scelta. «Nei primi giorni nessuno si è ricordato di noi. Abbiamo dovuto alzare la voce. Bussare alla porta dei tg nazionali perché finalmente puntassero l’occhio di bue sulla nostra montagna e raccontassero che anche il Friuli era stato messo in ginocchio dall’ondata straordinaria di maltempo».

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Ponti piegati a metà, frazioni isolate, la ss52 interrotta dalla frana di un tratto di carreggiata. Il disastro non demoralizza i sindaci. «In 24 ore, grazie al prezioso aiuto dell’Anas, siamo riusciti a realizzare una bretella stradale ripristinando la viabilità sulla 52 interrotta nella notte di lunedì 29 ottobre, quando la strada era letteralmente franata nel rio sottostante», racconta ancora Mentil tornando con pensiero a quella notte terribile «quando la paura l’ho toccata con mano. Ho visto oscillare un abete poco davanti alla mia auto. Sono stati attimi di panico: accelerare o frenare? L’istinto mi ha detto “fermati”, “torna indietro”, fortunatamente l’ho assecondato. Ho inchiodato l’auto e mi sono riparato in municipio dove il telefono ha iniziato a suonare all’impazzata: la statale stava franando».

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Paluzza e Timau

È venuta giù nella notte, ma la viabilità non è stata interrotta a lungo. In due giorni la bretella ha visto la luce. Mentil non ha esitato e come lui molti altri primi cittadini dei dintorni che l’autonomia se la sono presa senza attendere indicazioni, linee guida, commissari, nemmeno quattrini. Maniche rimboccate e avanti. Giorno e notte. «Abbiamo lavorato senza posa per ripristinare un collegamento». racconta ancora il primo cittadino, che per un problema parzialmente risolto ne ha un altro ancora tutto da gestire: il bosco. Paluzza è una delle aree più colpite. La stima è che a terra ci siano abeti bianchi e rossi per circa 50mila metri cubi.

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Correndo in macchina sulla statale 52 la distesa di tronchi a terra sembra non finire mai e l’impressione, arrivando ai laghetti di Timau, è quella di un terremoto esploso in mezzo alla foresta. I “cocci” sono ovunque. Alberi spezzati, sradicati, posati a caso uno sopra l’altro dalla forza del vento, in piano e lungo i pendii, versanti con pendenze impossibili e senza piste forestali. «Portar via i tronchi da lì - dice per la prima volta mesto Mentil - sarà praticamente impossibile, troppo costoso e soprattutto pericoloso»

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Sappada

Sono passati trenta giorni da quando la furia del maltempo si è scatenata sulla vallata e sulle montagne di Sappada, devastando il territorio. Trenta giorni che però sono bastati alla comunità locale per rimettersi in piedi e porre rimedio, seppure in qualche caso in modo provvisorio, agli ingenti danni provocati.

Il giorno dopo quella tragica notte d’inferno la località era irriconoscibile, aveva visto sfregiati alcuni dei suoi tratti più belli: i boschi erano devastati, le strade impraticabili, i ponti crollati, venti tetti divelti. E, per quanto allora a un occhio attento ed esperto potesse sembrare impossibile, in un mese Sappada è riuscita a rialzarsi.
Gli impianti di risalita e le piste da sci sono stati ripristinati, tutte le abitazioni scoperchiate hanno già il nuovo tetto e il grande lavoro svolto dai volontari e dagli addetti per ogni settore danneggiato ha riportato alla località lo smalto che l’ha resa apprezzata e ambita a livello nazionale e internazionale.

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Sono stati eseguiti dalla Protezione Civile regionale i lavori di messa in sicurezza idraulica di alcune aree, tra cui le sponde del fiume Piave e la condotta ceduta in borgata Palù a ridosso delle abitazioni; sono state ripristinate le opere idrauliche e la strada del mulino di Cima Sappada. Inoltre sono stati eseguiti i lavori per la sistemazione dei ponti sul fiume Piave e dei guadi di attraversamento sul fiume stesso e sui rii secondari.
È stato possibile, con l’intervento delle ditte incaricate dall’amministrazione comunale, realizzare le opere di sistemazione della pista di fondo, che tra due settimane ospiterà un evento importante per gli amanti dello sport, la prima gara stagionale di Coppa Italia di sci nordico.

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«Un immane lavoro – spiega il sindaco, Manuel Piller Hoffer – è stato quello relativo al taglio delle piante cadute lungo il centro abitato e lungo la pista di fondo eseguiti dai Servizi Forestali Regionali che ringrazio per il supporto». Il Comune ha incaricato il dottore forestale Maurizio Kratter «di seguirci per la gestione dell’emergenza del bosco, e, in tal senso abbiamo fatto una riunione pubblica per spiegare il problema delle nostre foreste e la loro gestione» aggiunge il primo cittadino.


Un’altra ditta è stata incaricata invece per sgomberare le strade forestali del bosco della Digola che ha subìto in modo devastante la perturbazione abbattutasi sulla località dolomitica. Ma non è finita qui. Il sindaco sa bene che c’è ancora molto lavoro da fare: «Resta ancora da capire come intervenire sulle grandi aree boschive abbattute» dichiara ancora Manuel Piller Hoffer «ma sappiamo che possiamo contare sulla fattiva collaborazione della Regione Friuli Venezia Giulia».

Quel che è certo è che ora a Sappada tutto è pronto per accogliere la neve annunciata e i turisti che in migliaia, durante le ultime settimane, si sono sincerati sulla possibilità di trascorrere le loro vacanze sulla neve nella località friulana delle Dolomiti.

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Valcellina e Val Tramontina

«Abbiamo risolto tutte le emergenze più critiche, ora cerchiamo di affrontare le altre problematiche». A un mese di distanza dall’eccezionale ondata di maltempo che l’ha sconvolta con alluvioni e folate record di Scirocco, la Valcellina si è già rialzata. Sul campo, però, restano detriti e macerie e non solo in senso figurato.
Risalendo l’ex statale 251 il primo paese che si incontra è Barcis. Sul lago fervono i lavori di raccolta delle migliaia di tonnellate di legname spinto a valle dalla corrente. «Abbiamo potuto iniziare lo smaltimento solo da pochi giorni per un’interpretazione sulla normativa dei rifiuti galleggianti, ma nel frattempo la popolazione e i volontari avevano già ammassato il materiale in un’isola artificiale creata a pelo d’acqua», ha raccontato al proposito il sindaco, Claudio Traina.

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In paese la popolazione è seriamente preoccupata per l’avanzamento delle ghiaie. La passeggiata lungo le sponde è stata ripulita dal fango e da altri detriti, ma alla prossima precipitazione la riva potrebbe finire sotto il livello del bacino. «I fondali sono avanzati di duecento metri tanto che si possono notare i cumuli di sassi appena al di sotto della superficie» ha indicato Traina in prossimità della passerella che conduce in Pentina.
Anche qui il pietrame si trova a quote ben maggiori rispetto ad un mese fa e la briglia di contenimento sull’omonimo greto ha le fondamenta scoperte. Lasciandosi alle spalle Barcis si sale nella località di Claut dove sono state le raffiche di vento a creare i maggiori disagi. «Sette milioni di euro di danni, di cui trecento mila alle sole case private» snocciola la lista della spesa il primo cittadino, Franco Bosio.

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I tetti volati via sono stati tamponati in attesa di interventi più pregnanti. Le scuole e la chiesa, scoperchiati la notte del 31 ottobre, erano già agibili dopo settantadue ore. Ma per i ripristini veri e propri ci vorranno tempo e soldi: alcune zone dove sorgono stavoli e rifugi non sono ancora accessibili con i mezzi a motore. La tempesta ha colpito a fasce. Da Claut le folate a duecento chilometri orari si sono infatti spinte direttamente sulla Val Vajont, «risparmiando» l’abitato di Cimolais che si trova a metà strada. Nel mezzo però sono ancora centinaia le piante pericolanti o cadute a terra. Bosio ha dovuto persino interdire ai turisti i sentieri «per evitare che qualcuno si faccia male in mezzo a settanta mila metri cubi di materiale in precario equilibrio». A Cimolais la situazione pare praticamente normale.
 

«La zona antropizzata ha subito danni, ma pochi rispetto ad altre località del Friuli Venezia Giulia – ha ammesso il sindaco, Davide Protti –. Abbiamo archiviato l’emergenza. Tra pochi giorni sarà realizzato un bombolone provvisorio per alimentare di propano le abitazioni di San Floriano: il Cimoliana ha spezzato la conduttura secondaria e sino al disgelo non potremo fare di più. Non abbiamo invece messo mano alla viabilità secondaria come quella della Val Montanaia. Qui nulla sarà più come prima».

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Ultima tappa lungo la regionale 251 è Erto e Casso. Il municipio non ha mai chiuso i battenti pur privo di tetto: la burocrazia ne è uscita sconfitta e sono già stati appaltati i lavori di ricopertura. Tappate le buche sulle strade della Val Zemola e della sinistra lago, le ruspe hanno potuto mettere in sicurezza pure l’acquedotto principale.
«Questo è il momento dell’attesa perché occorreranno quasi nove milioni di euro per sanare le frane che si sono aperte nel terreno, due delle quali minacciano il depuratore e la scarpata su cui si appoggia il centro urbano di Stortan» ha spiegato il sindaco Fernando Carrara.

TRE LETTURE PER APPROFONDIRE: Il baubau e le ondate di fango che inquietano i nostri paesi | Una montagna vecchia e malata che nessuno cura più | Rischio alluvioni e frane nell’84,7% dei Comuni della regione e per una famiglia su 5

 

Uno speciale a cura di Daniela Larocca, Christian Seu, Maura Delle Case, Monica Bertarelli, Fabiano Filippin, Davide Vicedomini

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