Reddito di cittadinanza a chi lavora in nero: in Fvg oltre 56 mila casi

Un rapporto della Cgia di Mestre mette in evidenza le potenziali storture. In regione il sommerso vale circa 1,4 miliardi l’anno, il 4,1% del Pil complessivo

A fregarsi le mani per il via libera al reddito di cittadinanza, misura di sostegno inserita dal Governo nell’ultima legge di Stabilità, c’è anche un esercito di lavoratori irregolari. Due milioni di persone occupate in nero si candidano a percepire il nuovo sussidio facendo propri 3 dei 6 miliardi che finanziano la misura. A denunciarlo è la Cgia di Mestre che ha stimato anche l’impatto dell’economia sommersa su base regionale. In Friuli Venezia Giulia i lavoratori in nero, quindi potenzialmente interessati a percepire il sussidio, sono 56.400 (dato 2016) e generano un valore aggiunto sommerso di poco meno di 1,4 miliardi di euro, pari al 4,1% del Pil complessivo regionale.

Tra i futuri beneficiari della misura rischiano dunque di esserci anche loro, che in Friuli Venezia Giulia hanno un impatto tutto sommato contenuto, rispetto ad altre realtà territoriali. Basta infatti spostarsi verso sud per veder esplodere i numeri, in modo così vertiginoso da far temere a Cgia forti distorsioni a livello territoriale nell’erogazione del sussidio. Caso estremo la Calabria dove i lavoratori in nero sono 140.700 e l’incidenza percentuale del valore aggiunto da lavoro irregolare sul Pil regionale è pari al 9,4 per cento. Oltre il doppio di quella del Friuli Venezia Giulia.

La Campania fa poco meglio. Con 372.600 unità di lavoro irregolari, “produce” un Pil in “nero” che pesa su quello ufficiale per l’8,6%. Dalla parte opposta della “classifica” ci sono Veneto e Lombardia (al terzo posto il Friuli), rispettivamente con 197.600 e 485.600 irregolari e valore aggiunto del nero sul Pil del 3,8% e del 3,9%.

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«A causa dell’assenza di dati omogenei relativi al numero di lavoratori in nero presenti in Italia che si trovano anche in stato di deprivazione, non possiamo dimostrare con assoluto rigore statistico questa tesi – afferma Paolo Zabeo, responsabile dell’Ufficio studi di Cgia –. Tuttavia, vi sono degli elementi che ci fanno temere che buona parte dei percettori del reddito di cittadinanza potrebbe ottenere questo sussidio nonostante svolga un’attività lavorativa in nero, sottraendo illegalmente alle casse dello Stato un’ingente quantità di imposte, tasse e contributi previdenziali. In altre parole, l’amministrazione pubblica, al netto delle misure di contrasto previste, sosterrà con il reddito di cittadinanza un pezzo importante dell’economia non osservata».

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Secondo l’Istat, in Italia ci sono poco meno di 3,3 milioni di occupati che svolgono un’attività irregolare. Da questo numero Cgia ha sottratto i dipendenti e i pensionati che non hanno i requisiti per accedere alla misura, 1,3 milioni di unità in linea di massima. Coloro che svolgendo un’attività irregolare potrebbero percepire la misura sono i restanti 2 milioni, vale a dire la metà dei potenziali aventi diritto che sono poco più di 4 milioni. La presenza del lavoro nero, ovviamente, provoca effetti economici e sociali molto negativi, senza contare gli ingenti danni causati alle attività commerciali e produttive che rispettano le regole.

«Con la diffusione dell’economia sommersa – dichiara il segretario della Cgia Renato Mason – a rimetterci non è solo l’erario, ma anche le tantissime attività produttive e dei servizi, le imprese artigiane e del commercio che subiscono la concorrenza sleale di questi soggetti. I lavoratori in nero, infatti, non essendo sottoposti ai contributi previdenziali, assicurativi e agli oneri fiscali, consentono alle imprese dove prestano servizio – o a loro stessi se falsi lavoratori autonomi – di beneficiare di un costo del lavoro molto inferiore e, conseguentemente, di praticare un prezzo finale del prodotto/servizio molto contenuto. Prestazioni, ovviamente, che chi rispetta le disposizioni previste dalla legge non può offrire».

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