Schedati, perseguitati e sterminati, così il Reich trattava i disabili

Inaugurata la mostra che ripercorre la narrazione di fatti storici A portarla in Italia il Network per la psichiatria psicodinamica



Ripercorrere, attraverso le testimonianze e la narrazione di fatti storici, il capitolo più buio della psichiatria per arrivare a elaborare strategie di sensibilizzazione nella lotta contro lo stigma. Durante il periodo nazifascista, inseguendo il diktat del Reich che professava la salute del corpo del popolo e la creazione di un prototipo ariano, persone affette da schizofrenie, malattie ereditarie, disturbi mentali, dipendenze e difetti fisici furono sottoposti a sterilizzazioni forzate senza consenso, in molti casa andando incontro alla morte.


Uno sterminio di innocenti dietro al quale anche gli psichiatri ebbero un ruolo da protagonisti. “Una storia che ci appartiene…come l’ombra alla luce” è il titolo del convegno che si è tenuto ieri mattina nel salone del Parlamento del castello, che ha seguito l’inaugurazione della mostra “Schedati, perseguitati, sterminati”, inaugurata venerdì a palazzo Morpurgo (fino al 31 marzo) per mettere a fuoco il ruolo della psichiatria nella Germania nazista e nell’Italia del fascismo dallo sguardo delle vittime.

«Una storia oscurata, un focus sulla situazione della psichiatria e delle dinamiche storiche che si intrecciarono in quel periodo per evitare che si possano ripetere – ha esordito la sociologa Kirsten Maria Duesberg, presentando il convegno organizzato dalla cooperativa Guarnerio –. Una memoria per una storia che ci appartiene, che qui a Udine abbiamo visto liberare al parco di Sant’Osvaldo».

Dopo i saluti dell’assessore alla Cultura Fabrizio Cigolot, che ha rimarcato come il Comune sostenga l’iniziativa e la mostra per promuovere «pagine di storia non molto note per aiutare tutti noi a comportarci con umanità», la parola è passata a Maria Angela Bertoni del dipartimento di salute mentale dell’Asuiud: «Una mostra preziosa, che ci insegna come la memoria sia importante per attraversare periodi morbosi nei quali l’indifferenza è sicuramente protagonista e i tanti giovani sono il motivo per il quale ha senso portare avanti il nostro lavoro». Matteo Balestrieri, direttore della clinica psichiatrica dell’università di Udine e presidente della sezione Fvg della Società italiana di psichiatria, ha indicato come compito dell’ateneo sia anche quello di formare una cultura storica.

«Senza storia non c’è identità – ha precisato – e questa storia ci appartiene anche nel presente con i tanti esempi di discriminazione che viviamo. La mostra e il convegno – ha aggiunto – nascono anche per fare ammenda di quanto la Società italiana di psichiatria abbia compiuto nel periodo del nazifascismo». Un ruolo, quello della psichiatria, che come è stato ricordato ieri nel convegno moderato dallo storico Paolo Ferrari, ha giocato un ruolo fondamentale nella diffusione della cultura nazista. Lo ha spiegato lo psichiatra tedesco Christian Kieser, direttore del dipartimento di psichiatria a Postdam, che ha illustrato nella sua relazione il programma dell’eutanasia nazionalsocialista – sulla quale poi ha relazionato anche lo psichiatra Michael von Cranach –, le sterilizzazioni forzate e come gli psichiatri in quegli anni si misero a disposizione del regime: «Senza l’appoggio della psichiatria il programma non si sarebbe potuto portare avanti – ha detto – e solo in un secondo momento la psichiatria si è presa la responsabilità di quanto accaduto».

Lorenzo Toresini, psichiatra, ha parlato della Risiera di San Sabba, la docente Chiara Volpato delle strategie di disumanizzazione e sono poi intervenuti la psichiatra Annelore Homberg e il collega Francesco Peloso, Berenice Pegoraro della Comunità Nove e la storica Silvia Bon. —



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