Si paga sempre di più per Imu e Tasi: una stangata di 306 euro a testa

Nel 2018 incassati in regione 372 milioni. In otto anni la cifra è aumentata del 96 per cento

Lo scorso anno i friulani proprietari di case, terreni fabbricabili e agricoli hanno versato solo di Imu e Tasi 306 euro a testa. In regione il gettito complessivo ammonta a 372 milioni di euro: 356 di Imu e 16 di Tasi. Un importo che dal 2011 è aumentato del 96 per cento.

L’Imu l’imposta municipale unica che ha sostituito la più datata Ici, va sommata al tributo per i servizi indivisibili, entrambi si applicano sui valori delle abitazioni di lusso, le seconde case, gli altri fabbricati, le aree edificabili e i terreni agricoli.

Nella classifica stilata dall’Ufficio studi della Cgia di Mestre che valuta il gettito complessivo che, a livello nazionale, ammonta a 21.036.000, il Friuli Venezia Giulia si colloca al dodicesimo posto con 306 euro pro capite. Agli abitanti della Valle d’Aosta è andata peggio, pagano 712 euro a testa. I liguri 583 e i trentini 499.



Il salasso

Facendo bene i conti viene fuori che si tratta di un vero e proprio salasso che la Cgia di Mestre paragona a una vera e propria patrimoniale sugli immobili. Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti: oltre ad aver alleggerito i portafogli dei proprietari degli immobili ha contribuito a deprezzare il valore economico di abitazioni, negozi e capannone. Un dato per tutti: «Rispetto al 2008, anno in cui è scoppiata la bolla, in molti casi gli immobili hanno perso fino al 40 per cento del proprio valore». Lo scrive in una nota l’Ufficio studi della Cgia confrontando il gettito Imu e Tari registrato nel 2012, anno in cui il Governo Monti reintrodusse l’imposta sulla prima casa fino ad arrivare al 2018. I dati non lasciano ombra di dubbio, si tratta di un salasso. Al punto che l’acquisto di una casa non viene considerato più un investimento, bensì un incubo.



I valori

«Se con l’abolizione della Tasi sulla prima casa i proprietari hanno risparmiato 3,5 miliardi di euro all’anno, sugli immobili strumentali il passaggio dall’Ici all’Imu ha visto raddoppiare il prelievo fiscale. Tra il 2011, ultimo anno in cui è stata applicata l’Ici, e il 2018 il gettito è passato da 4,9 a 10,2 miliardi di euro. A livello territoriale il maggiore prelievo Imu-Tasi è quello della Valle d’Aosta. Qui, lo scorso anno, il gettito pro-capite è stato pari a 712 euro, contro una media nazionale di 348 euro. Particolarmente sostenuto anche il gettito pro capite presente in Liguria (583 euro), in Trentino Alto Adige (499 euro) e in Emilia Romagna (436 euro), seguite da Lazio (431 euro), Toscana (409 euro), Lombardia (398 euro) e Piemonte (381 euro). Anche il veneti, con i loro 356 euro pro capite, risultano più tartassati dei friulani. Rispetto al 2011, ultimo anno in cui è stata applicata l’Ici, la variazione di gettito, in termini assoluti, raggiunge il 114 per cento. Se otto anni fa, tra Imu e Tasi, i Comuni hanno incassato 9,8 miliardi, l’anno scorso nelle casse sono entrati 21 miliardi. Inevitabili le ripercussioni anche sulle aziende.



Le previsioni

«Il 2019 sarà un anno difficile e di sfida, ma l’Italia può farcela se applicherà la ricetta per la crescita ovvero meno spesa pubblica e meno tasse – commenta il segretario della Cgia, Renato Mason– . Per ammortizzare la frenata del Pil – prosegue – bisogna evitare l’aumento dell’Iva. Cittadini e imprese non possono più pagare il conto dell’incapacità della politica di affrontare con decisione una volta per tutte il tema della razionalizzazione delle uscite totali». Tutti sono in attesa di conoscere la decisione del Governo sull’eventuale aumento dell’Iva, una mossa che se si verificherà potrebbe rallentare ulteriormente la crescita. Non a caso la Cgia mette in guardia anche gli aspiranti imprenditori: «Con una pressione fiscale che, nonostante le promesse, per l’anno in corso è destinata ad aumentare, fare impresa è sempre più difficile, anche perché le tasse sugli immobili hanno raggiunto una soglia inaccettabile».

E ancora: «Sebbene sia stata presa qualche misura a favore delle imprese, il quadro generale rimane sconfortante. Mi preme sottolineare – conclude Zabeo – che il capannone non viene ostentato dal titolare dell’azienda come un elemento di ricchezza, ma come un bene strumentale che serve per produrre valore aggiunto e per creare posti di lavoro, dove la superficie e la cubatura sono funzionali all’attività produttiva esercitata. Accanirsi fiscalmente su questi immobili continua a non avere senso, se non quello di fare cassa, frenando però l’economia reale del Paese».

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