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«Down e indipendenti» Il progetto Pordenone diventa maggiorenne

Fu il primo in Italia, nel 2001, a garantire indipendenza e integrazione Oggi ci sono sei case satelliti in centro. E tra le amicizie nascono anche amori

Martina Milia ;
3 minuti di lettura



È maggiorenne la Casa al sole, il progetto sperimentale per accompagnare alla vita indipendente giovani e adulti con la sindrome di down. Nato nel 2011, resta un modello in Italia a cui si sono ispirate molte realtà, senza però riuscire a superarne lo spirito: «Perché questo – spiega il presidente della Fondazione down Friuli Venezia Giulia (che si occupa di adulti) – non è un progetto assistenziale, è un percorso vero di indipendenza e autonomia». La prova ne è il fatto che la casa è pensata per accogliere quattro persone alla volta che, per tre anni e con il sostegno di educatori, imparano cosa significhi vivere fuori dal nucleo originario e organizzare la vita in modo autonomo: dalla spesa alle pulizie, dal lavoro la mattina agli impegni sociali. Superato quel traning – la maggioranza supera lo step positivamente – si aprono le porte delle case satelliti, quelle in cui andare con altri amici che sono usciti dalla casa al Sole.

«Oggi abbiamo sei residenze con 19 ospiti, a cui si aggiungono le quattro persone accolte alla casa al Sole» prosegue Morassut. Pordenone si è dimostrata la città ideale per attuare questo progetto. I coinquilini – che hanno dai 25 ai 56 anni – riescono a spostarsi in autonomia in centro, a vivere la città. «E la città ha risposto bene, non è mai capitato in un negozio o altrove che ci fossero forme di discriminazione nei loro confronti. Semmai aiuto». Gli appartamenti sono tutti in palazzi diversi «per non creare un ghetto».

Nelle case si creano nuove famiglie: di amici per lo più, ma ci sono anche storie d’amore. Due coppie ormai consolidate da 15 anni e altri giovani amori.

Tutti hanno un’occupazione: alcuni hanno un impiego stabile, la maggior parte usufruisce di borse lavoro. Sono impiegati nelle mense scolastiche, nella biblioteca del seminario, chi come bidello a scuola o a Casa Serena. Vita indipendente vuole dire anche avere le chiavi di casa, il bancomat.

Poi, per ogni evenienza, c’è sempre un educatore reperibile. «Qualche piccola disavventura è accaduta – dice Morassut –, ma i ragazzi hanno dimostrato prontezza». Il modello Pordenone viene ancora oggi presentato in giro per l’Italia, anche perchè l’indipendenza si è dimostrata la chiave per migliorare la qualità della vita. Se gli studi scientifici mostrano che le persone con sindrome di Down vanno incontro a decadimento fisico dopo i quarant’anni, le persone inserite nel progetto non mostrano quel declino. Il progetto, infatti, cerca di attivare le risorse che le persone hanno e gli otto educatori della Fondazione svolgono un lavoro molto importante.

Il sistema virtuoso è possibile grazie ad Azienda per l’assistenza sanitaria (il progetto viene finanziato tramite bando dall’Aas 5), a famiglie, fondazione e associazione (quest’ultima lavora in sinergia con la fondazione e si occupa prevalentemente di bambini e ragazzi), nonchè sostenitori privati. Se i ragazzi rispondono con coraggio «spesso siamo noi genitori ad avere le maggiori difficoltà a lasciare andare i nostri figli» ammette Morassut.

Da qui il lavoro integrato dell’associazione Down che, tra le varie attività, ha in programma un ciclo di tre incontri, aperti a tutti, dal titolo “Psicologia positiva: percorsi di benessere per i genitori”. I tre momenti si terranno il 3, il 10 e il 17 aprile alle 20.30 nella sede dell'Associazione, a cura della psicologa Claudia Furlan.

«Scopo di queste tre serate – fa sapere Michela Cesarin, presidente dell’Associazione – far incontrare tra loro le famiglie e dare loro degli strumenti per acquisire consapevolezza di cosa significhi, e come si possa, essere genitori di figli con disabilità, riconoscendo, utilizzando e sviluppando al meglio le potenzialità e le risorse che la famiglia già ha. Ci teniamo a far sapere che sono aperti a tutti, perché il tema che verrà affrontato è il miglioramento personale e tutti avremmo bisogno di capire meglio come sia possibile “far fiorire” le persone».

Il ciclo d'incontri sarà anche l'occasione per conoscere meglio l’attività del sodalizio, attivo dal 1991 come punto di riferimento per le famiglie, operatori socio-sanitari e tutti coloro che interagiscono con persone con sindrome di Down. La Fondazione, invece, si è costituita nel 2013. Queste due realtà sono particolarmente all’avanguardia e sono diventate un modello a livello nazionale.

«La sindrome di Down – precisa Cesarin – non è affatto una malattia, ma bensì una condizione genetica caratterizzata dalla presenza di un cromosoma in più nelle cellule di chi ne è portatore. La conseguenza di questa alterazione cromosomica è una forma di disabilità caratterizzata da un variabile grado di ritardo nello sviluppo mentale, fisico e motorio. Ma la maggior parte delle persone con sindrome Down può raggiungere un buon livello di autonomia personale, sociale e relazionale. Le persone con sindrome di Down possono, infatti, fare molte cose e ne possono imparare molte altre. Ma perché queste possibilità diventino realtà, occorre che tutti imparino a conoscerli e ad avere fiducia nelle loro capacità». Quello che è avvenuto con il progetto della Casa al sole.

Infine un appello. L’Associazione e la Fondazione Down di Pordenone sono sempre alla ricerca di nuovi volontari che si offrano di dedicare del tempo a bambini e ragazzi con sindrome Down. «Anche solo accompagnarli a mangiare una pizza, al cinema o al bowling – conclude Cesarin – significa fare qualcosa per la loro inclusione, credere in loro». —

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