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Dalla montagna al mare, introvabili cuochi e camerieri: mancano almeno 2.800 stagionali

Da Sauris a Lignano stessa difficoltà a reclutare personale. Pesano la scarsa esperienza e il molto impegno richiesto

Stesso copione d’inizio estate per gli albergatori del Friuli Venezia Giulia. La ricerca di stagionali anche quest’anno è stata parzialmente infruttuosa. Manca all’appello il 25 per cento delle persone che servirebbero alle strutture ricettive per garantire in maniera ideale il servizio. Cuochi, camerieri, personale ai piani. E se nel 2018 gli stagionali sono stati 11.486 – 245 in più rispetto al 2017, secondo gli ultimi dati dell’Ires Fvg – la stima è che sono introvabili almeno 2.800 lavoratori.

LA SITUAZIONE IN PILLOLE

  • L'emergenza. Il primo a lanciare l'allarme è stato il sindaco Pd di una città della Riviera romagnola, Domenico Pascuzzi. «Tutta colpa del reddito di cittadinanza se i giovani del sud non vogliono più lavorare negli alberghi di Gabicce Mare», ha detto
  • I numeri in Fvg. Anche sul litorale della regione e nelle località di montagna gli esercenti lamentano la mancanza di personale. Secondo i dati dell'Ires Fvg, nel 2017 gli stagionali erano stati 11.241 mentre nel 2018 sono saliti a 11.486 con una variazione assoluta di 245 persone e percentuale del 2,2
  • L'appello della Fipe. La Federazione italiana pubblici esercizi, Fipe, lamenta che in un caso su quattro le imprese hanno difficoltà a trovare figure professionali adeguate al profilo richiesto
  • Le regole. Le organizzazioni sindacali chiedono regole e controlli più severi perché dietro le occupazioni stagionali spesso, sottolineano i sindacati, ci sono troppe sacche di lavoro nero, di troppe ore non pagate secondo i contratti nazionali di categoria

La stagione non ha più il vecchio appeal, quello che un tempo spingeva frotte di ragazzi verso Lignano in cerca di occupazione per i due, tre mesi estivi, utili a mantenersi agli studi durante l’inverno, ma anche semplicemente a togliersi qualche sfizio. Il richiamo è venuto meno, ragazzi che bussano alla porta delle strutture alberghiere se ne vedono pochi e così al lavoro si trovano sempre più persone straniere, provenienti dall’Est Europa soprattutto, che coprono dal 30 al 50 per cento dell’organico in forze agli alberghi.

La difficoltà non è nuova, ma quest'anno si tinge di un sospetto: che sia il reddito di cittadinanza a tenere molti lontano dalla stagione? Se sulla Riviera Romagnola c’è chi ha puntato convinto il dito contro la misura-bandiera del Movimento 5 stelle, rea di allontanare dagli alberghi i ragazzi del sud, in Friuli Venezia Giulia il dubbio che il sussidio non abbia aiutato c’è, ma resta tale. Se fosse sarebbe comunque marginale.

«Qualcuno che ha approfittato e approfitterà della misura certamente c’è, ma parliamo di casi isolati. Fin qui il problema non l’abbiamo percepito. Anzi, posso dire, per averlo toccato con mano, che non è così: in albergo con me ho una siciliana che al reddito di cittadinanza non pensa neanche lontanamente». Parola Paola Schneider, presidente regionale di Federalberghi e titolare di una struttura a Sauris, in montagna, dove la fatica a trovare personale è la stessa che al mare.

Anzi, forse peggio. «Perché magari in montagna ti bastano due mesi e le persone cercano occupazione per periodi più lunghi. È chiaro che si fa fatica». Da un lato la brevità del contratto fa dunque selezione di suo, dall’altra sono le aspettative degli albergatori ad andare spesso infrante contro candidati che non hanno mai messo piede in un albergo e che sono digiuni di lingue straniere ormai fondamentali. «Arrivano spesso ragazzi giovani senza nessuna esperienza – racconta Schneider –, magari anche di soli 16 anni. Chiedono di lavorare ma per chi li assume si tratta di una grossa responsabilità che non tutti sono disposti a prendersi».



In generale, però, l’impressione di chi lavora nelle strutture alberghiere è che manchi un po’ di “fame”. «Le nuove generazioni – dichiara dal canto suo Martin Manera, presidente del Consorzio Lignano Holiday – è che i ragazzi non cerchino più nella stagione la vecchia forma di integrazione del reddito, di piccola emancipazione. Ricordo negli anni in cui ero un giovinastro la stagione era un po’ l’occasione per fuggire, in senso buono, da casa e disporre di un piccolo gruzzoletto tutto per sé».

Colpa di famiglie troppo protettive? «Forse i genitori sono un po’ di manica larga», continua Manera. Poco cambia. Al netto della ragione resta il dato di fatto: stagionali desiderosi di rimboccarsi le maniche durante gli afosi mesi estivi ce ne sono sempre meno. L’impegno tutti i week end, le tante ore di lavoro durante la giornata e gli stipendi non esaltanti tengono molti lontani da mare e montagna. Eppure si sono visti stipendi di gran lunga peggiori: gli stagionali, a seconda delle mansioni, vanno da un minimo 1.300 euro ai 2.000 netti. Il vero problema sta nella mancanza di professionalità.

«Le strutture hanno bisogno di personale qualificato, che conosce il mestiere e padroneggiale lingue. Così non se ne trova – dice ancora Manera – e la sensazione è che manchi un po’ di dialogo con le scuole, utile a far capire quali sono le necessità del territorio». Nonostante tutto le strutture se la cavano. «Sopperiamo con personale non qualificato, facendo la formazione direttamente in struttura, e arruolando lavoratori dai paesi dell’Est. Ormai c’è uno zoccolo duro di stranieri in quasi tutte le strutture – conclude Manera –. Si va dal 30 al 50 per cento dei dipendenti».

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