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Blitz a sfondo razziale in moschea, sei mesi a un consigliere comunale

Condannati Riccardo Prisciano, eletto a Tarcento con Fdi, e altri quattro giovani. Entrarono nel centro di via Marano per imbrattarlo ed esporre uno striscione

UDINE. L’imputazione a carico di Riccardo Prisciano, 29 anni, consigliere comunale di Tarcento per Fratelli d’Italia, era stata modificata dallo stesso pm nel corso dell’udienza preliminare in cui, insieme ad altri quattro giovani friulani, era stato chiamato a rispondere del blitz avvenuto la notte tra il 22 e il 23 aprile 2018 in alcune moschee della provincia.

Non gli si contestava più la violazione della cosiddetta “Legge Mancino” in materia di discriminazione razziale, etnica o religiosa, bensì, in concorso morale e materiale con il gruppetto dei suoi sostenitori, la violazione di domicilio. E cioè, appunto, l’ingresso non autorizzato nelle pertinenze di centri di cultura islamica a Udine, Tarcento, San Giovanni al Natisone e Terzo d’Aquileia, al solo scopo di «commettere intimidazione o provocazione» a sfondo, comunque, «etnico, razziale o religioso».

Con la condanna a 6 mesi di reclusione (sospesa con la condizionale) inflitta ieri a Prisciano e agli altri imputati, il 34enne Cristian Verilli, di Udine, il 26enne Gabriele Padovan, di Pasian di Prato, il 30enne Federico Tomat, di Cividale del Friuli, e la 21enne Sabina Anna Buchowicz, di Udine, tutti simpatizzanti della “Comunità militante Helm” di Udine, il tribunale ha ritenuto di fare propria questa nuova formulazione, seppure limitatamente all’episodio avvenuto nel “Centro misericordia e solidarietà” di via Marano, a Udine.

Per i rimamenti casi, il gup Daniele Faleschini Barnaba ha infatti pronunciato sentenza di assoluzione con la formula «perché il fatto non sussiste», relativamente a San Giovanni al Natisone, e, previa riqualificazione dei fatti nell’ipotesi delle offese a una confessione religiosa mediante vilipendio di persone, «per non aver commesso il fatto», per Tarcento e Terzo d’Aquileia.

La mattina dopo il blitz, all’esterno dei centri erano stati trovati altrettanti striscioni con la scritta “Basta moschee abusive, vota Prisciano” (all’epoca candidato, e poi non eletto, al Consiglio regionale) e i segni di imbrattamenti effettuati utilizzando «insaccati a base di carne suina, non tollerata dalla religione islamica, in quanto considerata impura», aveva precisato il pm Viviana Del Tedesco, chiedendo che il processo, celebrato con rito abbreviato, si chiudesse con la condanna di ciascuno degli imputati a un anno di reclusione.

«Leggeremo le motivazioni e poi presenteremo appello», ha detto il difensore di Prisciano, avvocato Alessandro Calienno, ribadendo l’estraneità del proprio assistito dal reato contestato. «Il fatto che lui non sia entrato in alcuno dei luoghi indicati nel capo d’imputazione è pacifico – ha osservato il legale –. Ma quello che escludiamo è anche un suo concorso nel reato, visto che non diede alcuna direttiva in tal senso».

Nel caso di via Marano, dove accanto allo striscione era stato appeso un salame, erano state le immagini dell’impianto di videosorveglianza del Comune presente nella zona a incastrare il gruppetto. Nelle immagini esaminate dalla Digos si vedevano i quattro all’opera vicino alla ringhiera.

«Soltanto due di loro hanno scavalcato la recinzione e l’azione è durata pochi secondi», aveva rilevato il loro difensore, avvocato Emanuele Sergo, invocando la particolare lievità del fatto e, quindi, la sua irrilevanza penale. Ed è per il suo tramite che Verilli, Padovan, Tomat e Buchowicz, appreso l’esito del procedimento, hanno tenuto a precisare «che non era loro intenzione offendere l’altrui sentimento religioso» e che «mai si sarebbero immaginati che l’uso di un prodotto tipico della gastronomia friulana potesse integrare l’aggravante contestata».

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