La strenua difesa di Blasoni per otto ore: «Non esiste un sistema Sereni Orizzonti»

Davanti al pm, il patron di Sereni orizzonti ha spiegato come l’obiettivo fosse gestire il risparmio nel miglior modo

UDINE. Ha atteso il giorno dell’interrogatorio davanti al pm con l’impazienza di chi non vede l’ora di mettere le cose a posto e di tornarsene a casa, al suo lavoro e alle sue abitudini. Massimo Blasoni voleva parlare, esporre le proprie ragioni, raccontare una verità diversa da quella ipotizzata dalla Guardia di finanza analizzando i suoi stessi documenti e intercettando messaggi e conversazioni, e lo ha fatto per otto lunghe ore.

Sapeva che non sarebbe stato per niente facile, perché l’accusa di truffa aggravata ai danni delle Aziende sanitarie di sei Regioni che la Procura contesta a lui e ai suoi più stretti colaboratori della “Sereni Orizzonti” è così pesante, da essergli costata già otto giorni di detenzione. Ma lui si era preparato bene e all’appuntamento si è presentato carico e motivato. «Non ho mai detto di non rispettare la legge e neppure di non assumere – ha ripetuto –. Certo, puntavo a gestire nel miglior modo possibile la logica del risparmio, ma in un’ottica di efficientamento e senza alcun tipo di disegno preordinato a incassare fondi pubblici, a fronte di una riduzione dei livelli di assistenza degli ospiti».

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Una liberazione. L’appuntamento è alle 10, nella saletta della casa circondariale di via Spalato riservata ai colloqui con i magistrati. Blasoni indossa un paio di Jeckerson, un maglioncino e, date le temperature non proprio confortevoli nella stanzetta, anche un giubbino in pelle. Fuori splende il sole, ma nessuno da dentro lo vede e quando, alle 18.30, pm, finanziere e avvocati lo salutano e se ne vanno, è già buio. La maratona, però, è andata come aveva sperato: delle quasi 400 pagine di ordinanza con cui il gip ha disposto le misure cautelari (otto, di cui quattro in carcere) vengono toccati tutti i punti nodali dell’inchiesta e alla fine il volto di Blasoni sembra più disteso.

«Ha vissuto l’interrogatorio come una liberazione – riferisce alla fine l’avvocato Luca Ponti, che insieme al collega Fausto Discepolo lo difende –. Ci teneva tanto, ritiene di avere chiarito tutto, ma naturalmente resta a disposizione per qualsiasi ulteriore richiesta».



Controlli ferrei. «Se avessi avuto il potere assoluto che mi attribuite – dice Blasoni –, non avrei certo investito così tanto sui controlli e fatto tutte quelle riunioni». Il pm Paola De Franceschi gli contesta un ruolo di capo indiscusso all’interno della società, di cui è socio di maggioranza, di un gruppo dirigenziale «che consapevolmente – scrive il gip Mariarosa Persico – eroga prestazioni socio-sanitarie al di sotto dei parametri di legge, al fine di realizzare un determinato margine di profitto, predeterminato dallo stesso Blasoni». Ma lui ricorda come ci fossero ben «cinque filiere di controlli sul rispetto delle prestazioni» e «un ufficio deputato alle assunzioni».

Altrettanto dicasi per il cosiddetto “case-mix”, cioè l’indice che consente di confrontare la complessità della casistica trattata: a fissarlo erano commissioni formate da medici esterni e capitava di doverlo «attualizzare» con il variare delle condizioni e dei bisogni dell’ospite. «Lungi dallo scaricare responsabilità su questa o quella figura – ha detto l’avvocato Ponti –, è stato spiegato come fossero le stesse situazioni, di volta in volta, a richiedere una parametrazione diversa dei casi».



Il ricalcolo. E allora, in quest’ottica, secondo la difesa diventa impossibile ridurre l’imputazione a un puro calcolo di minutaggio. Tanto più, trattandosi di margini di sforamento decisamente meno ridondanti di quello che una visione d’insieme suggerisce. «Prendiamo il 2016 – dice Ponti, riportando uno dei casi esaminati durante l’interrogatorio –. Si sostiene che a non essere state effettuate siano state 2.726 ore di fisioterapia. Ebbene, il dato va innanzitutto diviso per le sei case per anziani in cui questo sarebbe avvenuto e, poi, anche per il numero delle persone che ciascuna struttura ospitava. Il risultato è di uno o due minuti in meno al giorno. Del resto, incognite come la malattia e i permessi non possono essere programmati.

E se poi non si procedeva con l’assunzione di nuovo personale è perché parliamo di emergenze, soprattutto se d’estate, che richiedevano una soluzione immediata». Senza contare la difficoltà nel reperire certe figure professionali. «Si è detto che si facevano lavorare apprendisti – aggiunge il legale –, ma erano pur sempre operatori socio sanitari, cioè gente con la dovuta preparazione, seppure ancora con poca esperienza». Incidenti di percorso, insomma, «come ne succedono anche negli ospedali», hanno rilevato indagato e difensori, ricordando peraltro come «la stragrande maggioranza degli anziani non si sia mai lamentata, visto che il gruppo conta circa 6 mila assistiti, e le direzioni sanitarie neppure, non essendoci stata alcuna risoluzione delle convenzioni».

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Istanza al gip.Nessuna frode in scala, quindi. Anche se - di questo sono tutti consapevoli - bisognerà dimostrarlo anche numeri alla mano. «Bisognerà sedersi e rifare i conti di tutto, dalle “matrici” al “libro unico del lavoro”, per confrontarci con la Procura e contestare così puntualmente l’impianto accusatorio», conclude l’avvocato Discepolo. Intanto, però, l’obiettivo è ottenere quantomeno la concessione dei domiciliari per il loro assistito. Lunedì la difesa presenterà istanza di sostituzione della misura al gip. Quella al Riesame è già stata depositata.

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