La mossa della difesa di Blasoni: cedere palazzo Kechler e nuovo Cda per salvare la società

La proposta del legale di Sereni Orizzonti per sbloccare i 10 milioni sequestrati. Intanto la Procura ha dato il via libera all’istanza per il rinnovo dei vertici aziendali. Tutte le tappe dell'inchiesta e gli interrogatori

UDINE. Lo storico palazzo Kechler in cambio della liquidità necessaria alla “Sereni Orizzonti spa” per continuare a garantire assistenza agli anziani e lavoro ai dipendenti. E a monte, come premessa e puntello indispensabili, l’azzeramento del Consiglio d’amministrazione travolto dallo tsunami giudiziario e la sua sostituzione con volti e nomi nuovi, o quasi, ma soprattutto avulsi dall’inchiesta e, quindi, assolutamente credibili nei rapporti con la Pubblica amministrazione e con le banche.

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A una settimana dall’arresto di Massimo Blasoni, socio di maggioranza e presidente onorario della società, e di sette dei suoi più stretti collaboratori, tutti accusati di truffa aggravata ai danni delle Aziende sanitarie di sei Regioni e di alcuni ospiti e relative famiglie del gruppo, la situazione, almeno sul piano extragiudiziario, sembra avere imboccato la strada della normalizzazione. Del pacchetto di soluzioni proposto dall’avvocato Luca Ponti, a nome dell’azienda, la Procura della Repubblica di Udine ha già accolto quella, imprescindibile, del cambio di organigramma, e si è riservata rispetto alla scelta del bene immobile sul quale trasferire il sequestro preventivo. Sostanzialmente d’accordo, quindi, a svincolare i 10.113.564,26 euro immobilizzati dal gip ai fini di una eventuale futura confisca.



Via gli indagati, e cioè in particolare Blasoni e Marco Baldassi, chiamato a rispondere proprio in qualità di allora consigliere d’amministrazione della Sereni Orizzonti e delegato della holding, quindi, e largo ai “traghettatori”. Ossia al management incaricato di fare da ponte verso una nuova fase del gruppo e della sua costellazione di società collegate.

Scartata l’ipotesi di cercare i manager fuori dall’azienda, anche per accelerare quanto più possibile l’operazione, la scelta è caduta su persone che conoscono bene l’impero delle case per anziani e comunità per minori, partito da Udine nel 1996 e cresciuto fino a contare 90 strutture tra Italia, Germania e Spagna.

E così, a guidare la holding come amministratore unico sarà Simone Bressan (già presidente del Cda), mentre a presiedere la spa, con delega alla riorganizzazione aziendale, sarà Giorgio Zucchini, fondatore con Blasoni e socio di minoranza della società. Lo affiancheranno i consiglieri Paolo Nobile (delega al personale e alla finanza) e Davide Chiavicatti (delega alla gestione delle strutture di Cuneo e Villa Tuscolana).

Tutte persone estranee alle indagini della Guardia di finanza e, quindi, alle condotte illecite contestate ai dieci indagati. Bressan è stato indicato anche amministratore unico della “Lifecare srl”, Nobile della “Antrodoco terme srl”, dell’“Istituto geriatrico siciliano srl”, della “3Amilano srl” e della “Matida srl”, e Chiavicatti della “Immobiliare borgo d’ale srl”. Completano l’organigramma Patrizia Graziutti, alla “Work on time spa”, e Valentino Bortolussi, alla “S.o. Nursing homes gmbh” e alla “Arkleg srl”.

La priorità, insomma, era salvare l’azienda e, con essa, i circa 3.500 posti di lavoro e i 6 mila assistiti che rischiavano di essere trascinati nel tracollo di Blasoni. Perché una cosa sono le responsabilità penali contestate dal pm Paola De Franceschi, un’altra l’impatto sociale che l’inchiesta stava per determinare. «Ringrazio la Procura per la grande sensibilità dimostrata», sottolinea l’avvocato Ponti, dopo il nulla osta al restyling dei vertici e l’intesa sullo sblocco delle liquidità.

«L’obiettivo comune era tutelare il personale, l’indotto e gli anziani – spiega il legale – e questo non poteva che passare attraverso una sostituzione della vecchia governance e il recupero delle somme di denaro poste sotto sequestro, ai fini di un utile reinserimento nel circuito produttivo. Bisognava, insomma, creare discontinuità nella continuità, per assicurare a tutti, dalle pubbliche amministrazioni, alle banche e agli ospiti, l’efficienza e gli standard qualitativi richiesti. Senza con ciò, ovviamente, ammettere alcuna responsabilità».

Da qui, l’offerta a titolo di cauzione del prestigioso palazzo Kechler di piazza XX settembre, di proprietà del gruppo, ma valutato in 5 milioni di euro: praticamente la metà della somma sequestrata. «Il minutaggio che mancherebbe all’appello – spiega Ponti – ammonta a 1 milione di euro, cui abbiamo calcolato di aggiungere un ombrello di garanzie per l’eventuale ulteriore danno ipotizzato al termine degli accertamenti temporali e territoriali in corso». Il nodo da sciogliere, prima del via libera, sta tutto qui.

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