I trenta giorni dall'arresto di Blasoni, ecco perché resta in carcere

Massimo Blasoni

Udine, il patron di Sereni Orizzonti è accusato di avere lucrato sull’assistenza agli anziani. L’interrogatorio e l’istanza al Riesame non sono bastati ad attenuare la misura

UDINE. È passato un mese. Un tempo infinito, questi trenta (più uno, da oggi) giorni trascorsi tra la cella, il cortile e gli spazi comuni della casa circondariale di via Spalato, per un personaggio del calibro di Massimo Blasoni, imprenditore e politico diventato per tutti, dentro e fuori regione, il re indiscusso delle case per anziani.

Dal 24 ottobre scorso, quella fortuna gli si è ritorta contro e a lui, che dell’impero di “Sereni Orizzonti” era e rimane il socio di maggioranza, non resta che difendersi.



La Procura di Udine gli contesta una truffa da oltre dieci milioni di euro ai danni di un lungo elenco di aziende sanitarie e di alcuni ospiti, ma la conta delle risorse pubbliche che si ritengono indebitamente percepite dalla società a titolo di contributi e rimborsi per oneri sanitari è destinata a moltiplicarsi.

Perché alle ore di assistenza asseritamente sottratte tra il 2016 e il 2018 nelle strutture per le quali la Guardia di finanza aveva già acquisito la documentazione, tra Friuli Venezia Giulia, Sicilia e Piemonte, saranno presto aggiunte quelle delle altre residenze perquisite il giorno degli arresti anche in Veneto, Toscana ed Emilia Romagna, oltre che l’eventuale ulteriore quota ipotizzata per il 2019.

Intanto, la detenzione continua. E, a meno che la difesa non riesca a trovare la maniera per ottenere dal gip, in seconda battuta, un’attenuazione della misura cautelare, se non altro per il venir meno del pericolo di inquinamento probatorio, rischia di prolungarsi oltre la soglia delle festività natalizie.

La truffa degli ospizi, Blasoni in carcere da un mese. Ecco le tappe dell'inchiesta

Nel rigettare l’istanza di riesame presentata da Blasoni e da altri tre indagati, lo scorso 12 novembre, il tribunale “della libertà” di Trieste si era infatti riservato 45 giorni di tempo per il deposito delle motivazioni. Questo significa che, prima di allora, il provvedimento non potrà essere eventualmente impugnato e che bisognerà poi attendere la fissazione dell’udienza in Cassazione per poter scommettere ancora sull’annullamento dell’ordinanza o sulla sostituzione della misura.



E mentre gli indagati, lette e rilette le quasi 400 pagine dell’ordinanza del gip Mariarosa Persico, comprensive delle conversazioni intercettate al telefono e in ambientale, si alternano davanti al pm per i rispettivi interrogatori, sul fronte delle indagini si lavora a ritmo serrato tra la raccolta delle testimonianze di direttori di struttura e altri dipendenti e l’esame della montagna di carte e dispositivi elettronici posti sotto sequestro.

Ultimo in ordine di tempo, l’hard disk contenente le “matrici” della Sereni Orizzonti, e cioè i file di rendicontazione interna delle ore di assistenza erogate dal personale agli ospiti delle case per anziani, che l’allora responsabile del personale, Federico Carlassara, con il secondo interrogatorio, ha permesso agli inquirenti di rinvenire. Una “rivelazione”, la sua, foriera probabilmente di nuove conferme alla tesi accusatoria e che deve avere avuto un peso specifico notevole nella decisione di concedergli di uscire dal carcere di Tolmezzo, dov’era rinchiuso a sua volta dal 24 ottobre, e passare ai domiciliari nella sua casa di Majano.

È dentro quella memoria esterna che potrebbe essere custodita la prova regina del “metodo” Blasoni. E cioè degli aggiustamenti del minutaggio che sarebbero stati di volta in volta decisi per fare tornare i conti anche quando il personale scarseggiava. Evitando così alla società di perdere parte dei contributi pubblici precedentemente concordati con le aziende sanitarie.

Lì, insomma, la situazione reale, con la fotografia delle correzioni effettuate in corsa per coprire i buchi di assistenza; nei server dei computer, invece, quella ufficiale e - così ipotizzano gli inquirenti - adulterata, per essere servita alle amministrazioni regionali. Una sorta di “scatola nera” a disposizione dell’Ufficio personale e che, per nessuna ragione, avrebbe dovuto essere divulgata all’esterno. Tantomeno in quel periodo, visto che a Blasoni e ad alcuni altri era già stata notificata la richiesta di proroga delle indagini preliminari.

Sapevano di essere nel mirino della magistratura - come rivelano non poche intercettazioni - e nonostante ciò avrebbero continuato a ritoccare i dati. Troppo, secondo il pm Paola De Franceschi che li monitorava a distanza, per non chiedere misure coercitive capaci di impedire sia il ripetersi della truffa, sia l’occultamento delle prove del reato.


 

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