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Mazzega fra delitto e castigo: una tragedia senza fine

L'ex segretario alla Giustizia, Franco Corleone: la sua uscita di scena lascia lo spazio solo alla pietà. La sua dichiarazione spontanea riportata dalla cronaca del processo sul non meritare il perdono e di non avere il coraggio neppure di chiederlo è sconvolgente

2 minuti di lettura

UDINE. Francesco Mazzega si è ucciso dopo la conferma della condanna a trenta anni di reclusione per avere strangolato la fidanzata Nadia Orlando, uno dei troppi casi di violenza estrema contro le donne.

Il suicidio dopo due anni dall’assassinio segna una sconfitta per tutti. Per la giustizia e per la società. Non darà neppure soddisfazione ai parenti della vittima e raddoppierà il dolore per i genitori del colpevole. Di fronte a un atto di distacco dalla vita, molte volte insondabile nelle motivazioni, il silenzio è d’obbligo e vale come un segno di rispetto.

Eppure una riflessione si impone. Non c’è mai giustificazione per la soppressione della vita umana, per un processo di civilizzazione in Italia gli omicidi sono notevolmente diminuiti anno dopo anno, ma contemporaneamente sono aumentate le uccisioni di donne da parte di mariti, fidanzati, amanti.

Uomini incapaci di sopportare la libertà e l’autonomia delle donne che scelgono la violenza e addirittura di dare la morte. Non è il primo caso di omicidi che si suicidano. È il peso della colpa o l’incapacità di sopportare una vita senza speranza o addirittura di non reggere l’espiazione?

Il senso della pena secondo la migliore interpretazione della Costituzione non è vendetta e neppure pura retribuzione, ma intende offrire l’occasione di ripensare alla ferita inferta a un altro essere umano e a ricucire la lacerazione del tessuto sociale.

Proprio sabato nel carcere di Udine abbiamo ricordato il sogno di Maurizio Battistutta di un carcere diverso e ho sottolineato che nell’istituto di via Spalato sono accadute tante tragedie e morti. In particolare due morti per suicidio nel 2012 e ancora nel 2018 due suicidi di una transessuale e di un giovane pachistano. In questi casi erano persone che non avrebbero neppure dovuto stare in carcere e hanno pagato la loro fragilità.

Per Mazzega il carcere sarebbe stato il luogo adatto? Qualcuno sicuramente pensa che di fronte a un delitto orribile sarebbe dovuto marcire in carcere.

La sua uscita di scena lascia lo spazio solo alla pietà. La sua dichiarazione spontanea riportata dalla cronaca del processo sul non meritare il perdono e di non avere il coraggio neppure di chiederlo è sconvolgente. È il frutto di una retorica privatistica della giustizia e la manifestazione di una incapacità di assunzione di responsabilità.

Eppure qualche parola va detta anche rispetto alla sentenza. Una condanna a trenta anni con il rito abbreviato è davvero impressionante. La richiesta di inasprimento della custodia cautelare per il pericolo di fuga è rimasta insoddisfatta, ma lascia perplessi. Infine, la richiesta di una misura di sicurezza di tre anni dopo la fine della pena carceraria mi trova assolutamente contrario: significa fare ricorso a uno strumento di archeologia criminale che dovrebbe essere cancellato.

Sarebbe bene che anche i giudici ricordassero le parole che Aldo Moro rivolgeva ai suoi studenti dell’Università nel 1976 sul carattere della pena giusta: «L’idea della proporzionalità dice che la pena deve essere commisurata al reato, adeguata al reato. Quindi la pena non dev’essere, se il reato è grave, troppo leggera, cioè sproporzionata, inadeguata a far vivere quel rimprovero sociale dal quale ci attendiamo la restaurazione dell’ordine giuridico.

Non deve essere, però, neppure quantitativamente troppo pesante sì da rappresentare un carico che per la sua eccessività diventa per ciò stesso, esso pure, crudele e disumano e, quindi non dà alla pena quella risposta pacata, giusta, appassionata che è propria della pena.

Ricordatevi che la pena non è la passionale e smodata vendetta dei privati: è la risposta calibrata dell’ordinamento giuridico e, quindi, ha tutta la misura propria degli interventi del potere sociale che non possono abbandonarsi ad istinti di reazione e di vendetta». Un richiamo alle ragioni dell’umanità della giustizia. —

*ex sottosegretario alla Giustizia
e garante per i diritti dei detenuti
 

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