Bonus partite Iva, è caos: i 600 euro solo agli iscritti Inps

Ordini commercialisti e avvocati: «Misura iniqua». La richiesta: la gestione del contributo venga estesa e affidata alle casse degli Ordini di appartenenza

UDINE. Un aiuto, ma non per tutte. A dividere in due (letteralmente) il mondo delle partita Iva ci ha pensato proprio quello che era stato varato come un primo concreto strumento socio-economico per il sostegno alle imprese e alle famiglie trovatesi a far fronte alla crisi scatenata dall’emergenza coronavirus.

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Se, infatti, il decreto “Cura-Italia” approvato dal Governo il 17 marzo da una parte riconosce un bonus una tantum di 600 euro per compensare i mancati guadagni (per il solo mese di marzo, ma con possibilità di ulteriori estensioni) a liberi professionisti e titolari di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, dall’altra lo vincola ai soli soggetti iscritti alla gestione separata dell’Inps.

Insomma, due pesi e due misure, perché con tale dicitura (per ora) si tagliano fuori tutti quei professionisti e lavoratori autonomi iscritti ad altra cassa previdenziale.

In sostanza, niente bonus per gli iscritti alla previdenza degli Ordini professionali: commercialisti, ingegneri, architetti, geometri, giornalisti, consulenti del lavoro, avvocati e via discorrendo in una lista ordinistica che include anche medici, infermieri e farmacisti. Per tutti questi bisognerà attendere misure specifiche.


Immediata la levata di scudi di sindacati, Ordini professionali e partiti politici che, trasversalmente, hanno chiesto che la gestione del contributo venga estesa e affidata alle casse degli Ordini di appartenenza.

«È un decreto che non ha dato assolutamente nulla al mondo delle professioni ordinistiche - chiarisce Alberto-Maria Camilotti, presidente dell’Ordine dei commercialisti di Udine, che in provincia vanta un migliaio di iscritti -. E non se ne capisce la ragione visto che molti studi professionali, e non mi riferisco ovviamente solo ai commercialisti, si trovano ora in grande difficoltà nel far lavorare i propri dipendenti.

Si dice che si vuol dare un aiuto alle piccole imprese, ma moltissimi studi professionali sono a tutti gli effetti delle piccole imprese, che aiutano altre imprese. Il mondo professionale poteva essere aiutato anche in altre forme, dando ad esempio importanti incentivi per lo sviluppo dello smart-working, il lavoro da casa, favorendolo con agevolazioni e incentivi sull’acquisto di mezzi tecnologici.

Ma non è stato fatto, perdendo una grande occasione per avviare un concreto processo di digitalizzazione del Paese, di cui da anni si parla. Evidentemente a vanvera. È auspicabile che prima della conversione in legge del decreto ci siano delle modifiche. Importanti».

Sulle tempistiche di erogazione, poi, Camilotti avverte: «Non è pensabile che il bonus arrivi prima di un mese, ma per fortuna Inps e ministro del lavoro si sono affrettati a smentire la soluzione del click day. Sarebbe stata una guerra tra poveri: con uno stanziamento predefinito, circa 3 miliardi, valeva la legge del chi prima arriva meglio alloggia».

Quello che però si è dimenticato lo Stato, lo ha fatto la Regione. «Mi sento in dovere di fare un plauso alla Giunta regionale che, invece, venerdì scorso ha approvato tre delibere con cui estende i contributi destinati all’emergenza non solo alle imprese, ma anche ai professionisti. La Regione lo ha capito prima dello Stato».

Sulle possibili integrazioni di un decreto che ha bisogno di molti altri decreti attuativi per rendere operativa la misura di aiuto confida anche l’Ordine degli avvocati di Udine, che per voce del suo presidente, Ramona Zilli, considera la misura governativa «che non prende posizione per i professionisti che hanno una previdenza autonoma, una discrepanza illogica, una scelta iniqua e discriminatoria.

Perché gli avvocati non devono beneficiare di misure concrete di sostegno visto che la situazione di crisi economica riguarda tutti? Perché deve rimanere esclusa una categoria che garantisce un adeguato servizio al Paese, ai cittadini e alle imprese, peraltro già alle prese con una situazione di stallo vista la sospensione dell’attività dei tribunali.

Serviranno enormi sacrifici per tenere aperti gli studi, ma contributi e agevolazioni per noi, al momento, non ci sono. La nostra cassa previdenziale, per fortuna, ha immediatamente posticipato alcune scadenze a settembre, ma non basta.

L’avvocatura udinese, e non solo lei, sta chiedendo di poter estendere i beneficiari del decreto, ma anche di ottenere nel più breve tempo possibile il pagamento dei compensi già liquidati per le difese per patrocinio a spese dello Stato, quelle per le persone non abbienti.

Sarebbe se non altro un primo segnale, da qualche parte dobbiamo trovare liquidità, perché questo è un problema che non riguarda solo l’avvocatura più giovane.

Possibili integrazioni al decreto “Cura Italia”? Ce lo auguriamo, ci sono già indicazioni su un’estensione della misura di sostegno: la nostra è anche una funzione sociale, che deve essere garantita, non si comprende perché non ci sia stata questa visione più realistica nella stesura del decreto». —

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