In Fvg picco dei contagi registrato mercoledì: 12 mila tamponi effettuati per monitorare la pandemia

Il confronto tra i dati con le altre regioni dimostra la minore incidenza del virus a livello locale

UDINE. In Italia il picco dei contagi è stato già raggiunto? E in Friuli Venezia Giulia, anche qui la curva ha incominciato la sua fase discendente? E prima ancora: come spiegare il 10% di vittime che conta l’Italia e le forti differenze tra regione e regione?

Qualche risposta in più, forse, si può ottenere leggendo più approfonditamente l’evoluzione dei numeri che di giorno in giorno fornisce la Protezione Civile, con il suo bollettino serale, atteso col fiato sospeso dagli addetti ai lavori e dai milioni di italiani chiusi in casa nella speranza che l’offensiva del virus cominci a perdere di forza.

La mortalità. Uno dei dati più discussi in questa drammatica fase è l’elevatissima mortalità provocata dal virus in Italia: da qualche giorno la percentuale di morti rispetto ai casi (ufficiali) supera stabilmente il 10%, oltre il triplo dei valori registrati in Cina e a livello mondiale prima dell’arrivo del virus in Italia.

A condizionare pesantemente, e in negativo, questo dato è ancora la Lombardia, dove la mortalità sfiora addirittura il 14%. In Friuli Venezia Giulia ci attestiamo su un più contenuto 5,7%, nel vicino Veneto poco al di sopra del 4%. Guardando all’estero, stupiscono in positivo, ma alimentano nuovi interrogativi sul caso italiano, i dati della Germania, dove la mortalità si assesta finora attorno allo 0,5%.

Vittime e tamponi. Spiegare queste differenze è impresa ardua per medici e scienziati, impossibile per un semplice articolo. Di sicuro, però, analizzando i dati balzano all’occhio anche altre differenze. Su tutte quella relativa ai tamponi: in Lombardia, a fronte di oltre 10 milioni di abitanti e dei più gravi focolai italiani, ne sono stati fatti finora 96 mila, il 38% dei quali ha dato esito positivo. Una percentuale elevatissima, segno che finora – ma negli ultimi giorni si è incominciato a cambiare rotta – i tamponi sono stati fatti soltanto in presenza di una sintomatologia rilevante.

Tutt’altra strada ha scelto il Veneto, dove Luca Zaia ha fatto un ricorso molto maggiore ai test, tanto che degli 84 mila seguiti (solo 11 mila in meno rispetto alla Lombardia) solo il 9% ha dato esito positivo. Il Friuli Venezia Giulia, con 12 mila tamponi eseguiti, ha un rapporto tra test e abitanti molto vicino a quello lombardo, ma la percentuale di esiti positivi (l’11%) non si discosta molto dal Veneto. A conferma che l’epidemia, almeno finora, ha colpito di meno la nostra regione rispetto ad altri territori italiani.



Il caso Lombardia. Quanto alle polemiche sul numero dei test, è possibile che un maggiore ricorso ai tamponi consenta di individuare prima i malati e di limitare il contagio. Ma è una strada sostenibile con i numeri della Lombardia? Difficile rispondere. È molto probabile però che il numero reale di contagi in Lombardia sia sensibilmente superiore ai 40 mila fin qui emersi dai test, e questo spiega almeno in parte le punte di mortalità toccate in quella regione.

Non a caso la Germania, dove come detto la mortalità è bassissima, viaggia già attorno a quota 500 mila tamponi, circa 100 mila in più dell’Italia, nonostante l’epidemia sia scoppiata con dieci giorni di ritardo rispetto al nostro Paese e i casi ufficialmente registrati siano oggi meno della metà rispetto a quelli del bollettino della Protezione civile.

Il picco. L’altro grande interrogativo riguarda il famoso picco. Prima di domandarsi se sia stato o meno raggiunto, forse sarebbe il caso di spiegare cosa si intende per picco. Se con la parola si intende in numero massimo di nuovi contagi registrati nella singola giornata, è auspicabile che a livello nazionale sia stato toccato sabato 21 marzo, quando l’incremento fu di 6 mila 557 casi rispetto al giorno precedente. Nelle quattro giornate successive la prima vera inversione di tendenza, con valori compresi tra i 4 mila 800 e i 5 mila 600 casi, prima degli incrementi di giovedì, venerdì e ieri, quando il valore è oscillato attorno a quota 6 mila.

La tendenza sembra comunque al ribasso, sebbene il numero dei nuovi contagi sia ancora molto superiore a quello delle guarigioni e anche, purtroppo, della somma tra guarigioni e decessi, tanto che il numero di “attualmente positivi” continua ad aumentare a un ritmo giornaliero di 3 mila 500-4 mila 000 unità. Se il picco è riferito a questo valore, quello dei positivi attuali, prima di raggiungerlo e di iniziare a vedere una riduzione dei ricoveri e degli isolamenti domiciliari ci vorranno ancora diversi giorni, probabilmente settimane.

Qui Friuli Venezia Giulia. Se l’Italia, proiettata ormai verso la soglia dei 100 mila test positivi, offre un campione statistico molto ampio e con un andamento più prevedibile, le piccole dimensioni del Friuli Venezia Giulia e il valore basso in termini assoluti dei casi registrati in regione, mille 436, sono invece un campo d’indagine molto più soggetto a oscillazioni statistiche. Difficile dire quindi se l’incremento di 147 casi registrato mercoledì 25 marzo rappresenti il nostro “record” di nuovi casi giornalieri, tanto più che valori molto vicini (e più alti in termini di incremento percentuale) si erano toccati il 19 e il 21 marzo.

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Su un campione così esiguo, inoltre, pesano maggiormente eventuali sfasamenti relativi ai tempi di lavorazione dei tamponi. Da segnalare, inoltre, che i primi casi in regione risalgono al 29 febbraio, nove giorni dopo all’inizio dell’epidemia nel lodigiano e nel padovano. I tempi rispetto all’andamento nazionale, fortemente condizionato dai dati lombardi, sono pertanto spostati in avanti. E ulteriori impennate, purtroppo, non si possono escludere considerato come il trend sia difficile da calcolare aritmeticamente.

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