L'ex cestista, il sacrestano, la mamma del politico, l'operaio e la nonna: ecco chi sono le ultime vittime in provincia di Udine e di Pordenone

In alto da sinistra, Mario Cipolat Padiel, Iolanda Nardin, e Silvano Masiero. In basso, Santo Rossi e Maria Zanier

Abbiamo raccolto qui le storie di chi ha perso la vita martedì 31 marzo. I decessi in regione toccano quota 113


 

Lestizza

 

Morto Santo Rossi, ex campione di basket. Il coronavirus si è portato via il “gigante buono” della pallacanestro, Santo Rossi, originario di Villacaccia di Lestizza e residente a Pesaro.


Il pivot da 2,08 metri, gloria del basket nazionale e orgoglio del paese, al quale era molto legato, aveva 80 anni ed era affetto da plurime patologie senili, per le quali si curava. Ma in aggiunta, due settimane fa è sopraggiunta positività al Covid-19, per cui è rimasto ricoverato durante tutto quel periodo, dato l’intasamento delle strutture in città, in un ospedale minore, quello di Senigallia, dove è spirato.



Aveva appena festeggiato in famiglia il compleanno, il 7 marzo, e quindi anche i parenti stretti hanno dovuto subire la quarantena. A Villacaccia il cordoglio è grande: Santo veniva spesso in paese (dove i Rossi sono una grande famiglia con moltissimi parenti) facendo base dalla sorella Maddalena “Lena”, già maestra di scuola primaria. Il campione si fermava a parlare con tutti, era qui anche lo scorso Capodanno.


È curioso come sia diventato giocatore di pallacanestro. Racconta Maddalena che il fratello era entrato in seminario, ma non continuò oltre la terza liceo perché era malaticcio e i superiori pertanto gli avevano sconsigliato di proseguire. Ma qualche tempo dopo, camminando per Udine assieme al parroco di allora, don Cossio, fu notato per la sua statura eccezionale da un allenatore di basket, che lo volle con sé portandolo fino ai campionati di Chiavari.


Militò prima in B in ambito isontino, poi a Bologna, dove lo prese a cuore il presidente della Virtus, che lo convinse a frequentare l’Isef, per cui poté poi alternare allenamenti e docenza dell’educazione fisica nelle scuole superiori.


Ha insegnato e giocato in numerose città della costa romagnola, da Forlì, a Riccione, a Pesaro, dove fra l’altro il servizio in squadra gli è stato remunerato comprandogli la casa. Nel frattempo si era sposato con Alfonsina Buttazzoni di San Pietro di Ragogna, che aveva conosciuto durante un soggiorno alla Poa come assistente.



 

Nel 1968 è nata la figlia Francesca, anche lei campionessa del basket (alta 1.88, in Nazionale con 117 presenze e 632 punti) e ora docente di educazione fisica a Desio. Ma la passione per la pallacanestro è stata trasmessa anche a Giulio, nato nel 1971, che vive e lavora a Pesaro come Amalia, del 1972, impiegata all’Asl.



Santo, dopo la brillante carriera (Virtus Bologna 1962-1965, Ug Goriziana per due anni e altrettanti alla Fulgor, alla V.L., sponsorizzata Max Mobili, di Pesaro fino al 1974; in Nazionale ha disputato l’Europeo del 1963; in maglia azzurra ha collezionato 17 presenze e 11 punti ed è stato medaglia d’oro ai Giochi del Mediterraneo), si è rivolto all’allenamento dei giocatori disabili; faceva la spola in Friuli anche per seguire la squadra in carrozzina di Gradisca d’Isonzo.



Persona buonissima e dotata di sereno umorismo, così lo descrivono a Villacaccia, dove resterà sempre nel cuore. Si racconta che invece sul parquet qualche volta s’arrabbiava perché – diceva – essendo così alto i suoi errori venivano notati di più.

 

Cividale

 

Addio all’ex sacrestano di Castelmonte. Il coronavirus si è portato via lo storico sacrestano del santuario mariano di Castelmonte, per quasi quattro decenni in servizio nella comunità religiosa: si è spento ieri, all’età di 79 anni, il terziario francescano Silvano Masiero, laico che per lungo tempo, appunto, è stato una delle anime del luogo di culto, facendosi carico di una folta serie di mansioni.


Originario di Pontelongo, in provincia di Padova, aveva risieduto a Castelmonte fino a un anno e mezzo fa, quando l’avanzare della vecchiaia lo aveva indotto a trasferirsi nella casa di riposo di Conegliano: lì ha contratto il Covid-19 e lì è spirato, dopo una vita di lavoro e di impegno a servizio della collettività.





Il decesso non è quindi riconducibile al focolaio che è ancora attivo al santuario, blindato ormai da un paio di settimane, da quando cioè il rettore del convento, padre Gianantonio Campagnolo, era risultato positivo al coronavirus dopo il tampone. In quel momento erano immediatamente scattati i protocolli sanitari, con l’isolamento del priore e con la quarantena dei confratelli, complessivamente una decina, poi risultati a loro volta positivi.


La forzata reclusione dei frati prosegue, ma in un clima confortante: stanno tutti abbastanza bene, a cominciare dal primo contagiato, pienamente rimessosi.


«Silvano era arrivato quassù poco più che quarantenne – racconta padre Campagnolo –: fino a quel momento aveva fatto il muratore e, quindi, tutt’altra vita. Anche grazie alla precedente esperienza professionale, oltre che alla giovane età e all’innato dinamismo, Silvano era diventato una sorta di factotum, prestandosi a svolgere tanti lavori.


Era un dipendente del santuario, dunque, ma si è presto avvicinato con grande convinzione allo spirito francescano, maturando quella vocazione. La giovialità era il suo tratto distintivo – prosegue il padre rettore –, caratteristica che l’ha reso caro a noi tutti e a tantissime altre persone, anche perché a chiunque incontrasse diceva: “Come va? È tanto che non ti vedo, stai bene?”.


Era affettuoso, limpido, abbracciava la gente e, dunque, mi viene da dire che per Castelmonte era davvero un bel biglietto da visita».


Anche dalle parole degli amministratori del territorio esce il ritratto di un uomo solare. «L’ho incontrato per l’ultima volta mesi fa, nella ricorrenza dell’8 settembre, data del pellegrinaggio diocesano al santuario», testimonia la prima cittadina di Prepotto, Mariaclara Forti, che ieri ha informato dell’accaduto la popolazione con un post su Fb.


«Proprio in quell’occasione mi aveva raccontato di essersi trasferito a Conegliano, nella casa per anziani. Era una persona dall’innata gentilezza: sorridente e cordiale, trasmetteva un forte senso di accoglienza». Combacia il ritratto delineato da Antonio Comugnaro, sindaco del Comune di San Leonardo, il cui confine lambisce le mura di Madone di Mont.


«Lo conoscevo – rileva – e ne conserverò un bellissimo ricordo. Discreto e nel contempo socievole, empatico, per il santuario è stato un autentico fermo punto di riferimento».

 

Tarvisio

 

Morta la madre del capo dei volontari di Protezione civile. Maria Zanier, mamma del consigliere comunale e coordinatore del gruppo comunale della Protezione civile Egon Concina, è la prima vittima residente nel comune di Tarvisio risultata positiva al coronavirus.


È morta all’ospedale di Palmanova dov’era ricoverata da alcuni giorni a seguito del peggiorare delle sue condizioni di salute. La notizia del suo decesso s’è subito diffusa nel Tarvisiano dove la donna era stimata e ben voluta per la sua grande disponibilità e per essere sempre pronta ad aiutare la comunità e in particolare i meno fortunati.


Era infatti socia – come amica degli alpini – del Gruppo Ana di Tarvisio e partecipava volentieri alle iniziative umanitarie come il banco alimentare. Siore Marie, così la chiamavano tutti a Tarvisio Basso dove ha vissuto fin dal 1962, classe 1935, avrebbe compiuto 85 anni a novembre.


Nata a Treppo Carnico, in Valcanale era giunta nel 1962, a seguito del marito, il compaesano Giuseppe Concina, atleta del fondo delle Fiamme Gialle e membro della Stazione di Sant’Antonio del Soccorso alpino della Guardia di finanza. A Tarvisio sono nati i due figli Egon e Annalisa che ha allevato dedicando tutta se stessa.



Oltre a curare la famiglia, Maria era anche una brava cuoca e aveva operato, fra l’altro, all’albergo Edelweiss di Fusine in Val Romana e all’albergo Il Cacciatore di Tarvisio Basso. Purtroppo, nel marzo del 1998 rimase vedova. A causa di un malore improvviso, il destino gli portò via l’amato Giuseppe, da tutti conosciuto con il nomignolo “il Barba”.


Un lutto che superò con l’amore dei figli. Volle onorare il marito, che prima di arruolarsi in Finanza aveva fatto la Naia con la penna nera, mettendosi a disposizione del gruppo Ana. Non aveva mai interrotto i legami con il paese natio e infatti, periodicamente, si recava a visitare i parenti.


Il sindaco di Tarvisio Renzo Zanette, venuto a conoscenza del decesso ha subito fatto sentire a figli e ai parenti la solidarietà della comunità. «Con tanta commozione e tristezza rivolgo il mio pensiero alla signora Maria che ha raggiunto lassù il Barba» ha affermato il primo cittadino esprimendo «sentite condoglianze e un abbraccio fortissimo ai figli Egon e Annalisa e ai parenti tutti, colpiti così duramente da questo profondo dolore.


In mattinata – ha aggiunto – ho invitato i cittadini a rivolgere un pensiero a tutte le vittime d’Italia di questa immane tragedia e alle loro famiglie. E in serata ho chiesto a tutta la comunità di Tarvisio di rivolgere lo stesso pensiero alla nostra concittadina Maria e di stringersi virtualmente alla famiglia Concina. Grazie a tutti».


Grande per i figlie e i nipoti, la signora Maria era bisnonna dal luglio scorso, il dispiacere per non avere potuto essergli accanto. Egon Concina è positivo e in isolamento in casa con la moglie. «Mia moglie – ci fa il quadro della situazione il consigliere comunale – è in quarantena volontaria, mentre io ho ancora qualche linea di febbre, ma la tosse sta migliorando».

 

Aviano

 

Sedicesima vittima nel Pordenonese. Il coronavirus continua a colpire in provincia. Martedì 31 marzo ad Aviano è mancato Mario Cipolat Padiel, 93 anni, sedicesima persona nel Pordenonese vinta dal Covid 19. Le vittime sono state ricordate da numerosi sindaci con un minuto di silenzio di fronte ai rispettivi municipi.


«Mio padre – ha raccontato Gianpiero Cipolat Padiel – all’inizio di marzo era stato colpito, in forma lieve, da un ictus. Dall’ospedale era stato dimesso a metà mese. Sembrava star bene, camminava e parlava. Trascorreva le giornate tra la casa, dove con la mia compagna vivevamo assieme a lui, e l’orto.


Tengo a sottolineare che, visto che già erano in vigore restrizioni e divieti legati al coronavirus, mio padre non è mai uscito dalla sua proprietà, né ha mai incontrato persone estranee alla famiglia. Una dozzina di giorni dopo le dimissioni dall’ospedale – ha ricordato il figlio – papà si è sentito male. Nuovamente ricoverato all’ospedale di Pordenone, sottoposto al tampone, è risultato positivo.


Nella notte fra lunedì e martedì, purtroppo, la notizia del decesso da parte dei sanitari pordenonesi». Mario Cipolat Padiel prima della pensione aveva lavorato da muratore e poi da operaio all’Infa di Aviano, quando il sindaco Ilario De Marco Zompit, che lo ha ricordato, era responsabile amministrativo dello stabilimento.


Appassionato giocatore di bocce, Cipolat Padiel era conosciuto e stimato. Numerose le attestazioni di cordoglio e solidarietà al figlio Gianpiero, che ha voluto ringraziare medici e infermieri dell’ospedale di Pordenone, «con la raccomandazione, ai politici, di evitare in futuro tagli alla sanità».


In provincia, martedì 31 marzo, i casi di persone positive al Covid 19 sono saliti a 377: 83 i ricoveri (70 a Pordenone, 8 a Udine, 2 a Trieste e 3 a Gorizia), e 894 le persone in isolamento (273 positive, 621 per contatto per persone positive). Sono 977 le persone coinvolte dalla malattia, in 36 comuni sui 50 del Friuli occidentale. Sette i guariti.


Nelle case di riposo a Castions di Zoppola, dove si sono piante due vittime, risultano contagiate 22 persone fra dipendenti e ospiti (5 in ospedale). A San Vito il personale rimarrà in sede fino a domenica 5 aprile, su specifico accordo tra direzione, Rsu e sindacati. Pochi i casi sospetti, peraltro non presenti in struttura, dopo i test sul sangue. Persone per le quali si procederà al tampone.

 

Zoppola

 

Un'altra vittima alla casa di riposo. Una donna d’altri tempi, moglie, madre e nonna che ha dedicato la vita alla famiglia e al lavoro, distinguendosi per impegno, dedizione e l’affetto con cui si è presa cura dei suoi cari.


Iolanda Nardin, l’ospite della casa di riposo di Castions di Zoppola che si è spenta a 98 anni a causa del coronavirus, viene ricordata così da chi le voleva bene. La seconda vittima del virus all’interno della struttura gestita dalla fondazione Micoli Toscano era originaria di Tempio di Ormelle (Treviso), da dov’era arrivata a Zoppola col marito, Angelo Daniotti, a sua volta originario della località veneta.


Lei e il compagno di vita avevano lavorato per vent’anni come fattori per i conti di Zoppola sino al 1976, prima di trasferirsi con i figli Luciano e Lino a Fiume Veneto.


Gli stessi figli che, assieme al resto della famiglia, non hanno potuto salutare per l’ultima volta Iolanda. «Mio marito Luciano – racconta la nuora dell’anziana, Loredana Tognon – è andato per l’ultima volta in casa di riposo l’8 marzo, festa della donna: aveva portato le mimose a sua madre e alle operatrici.


Il nostro dolore è acuito dal fatto di non poter essere vicino a mia suocera nei suoi ultimi giorni. Aveva sì altre malattie, ma se n’è andata per colpa del coronavirus: speravamo riuscisse a diventare centenaria».


La nuora ricorda Iolanda Nardin la ricorda come «una donna forte, di carattere, una lavoratrice instancabile». Era anche una nonna affettuosa: adorava i due nipoti e il pronipote.


«Mi ha aiutato nella crescita dei nostri figli – prosegue –. Stravedeva poi per il pronipote Gabriele. Noi al piccolo abbiamo insegnato che la casa di riposo è “l’asilo degli anziani” e quando lui ci entrava a mia suocera si illuminavano gli occhi. Da quando era entrata in casa di riposo, quattro anni fa, Luciano e suo fratello sono andati a trovare la madre praticamente og