Coronavirus, il Friuli che non chiude: sono 1.600 le aziende attive a Udine e Pordenone

Fonderia Cividale

Continuano a operare perchè parti di filiere essenziali. Confindustria Alto Adriatico: a rischio declino

UDINE. L’elenco di oltre mille e 600 aziende rimaste attive nei territori delle province di Udine e Pordenone perché parti di filiere produttive essenziali, insieme ad altre centinaia e centinaia attive nel settore agricolo e alimentare, di quelle dei servizi essenziali, farmacie ed edicole, potremmo definirlo come lo “zoccolo duro” dell’economia di questi territori.


L’elenco.  Scorrendo gli elenchi molti sono i punti in comune. Ad esempio sono presenti in entrambe le aree moltissime aziende di piccola dimensione, spesso uni-personali, ci sono molte che svolgono l’attività di intermediazione di manodopera, diverse cooperative operanti nel sociale e nei servizi di pulizie. Non mancano le lavanderie, soprattutto industriali, che si occupano anche di biancheria ospedaliera.

Diversi gli agriturismi, impossibilitati a svolgere la loro attività in sede ma che devono restare aperti per mantenere in vita orti e animali da cortile e anche - proposta di questi giorni - diventare disponibili per la consegna di pranzi a domicilio. Tra le aziende di una certa dimensione a Pordenone troviamo la Zml (Gruppo Cividale), la Atex industries, la Bormioli pharma, la Denaline, Electrolux Italia, la Cimolai, la Rimorchi Bertoja.

CORONAVIRUS, I DATI

Come già chiarito in passato, quando abbiamo affrontato lo stesso argomento, non è detto che le aziende che sono rimaste in attività nonostante la loro classificazione imponesse la chiusura, siano operative al 100%. Per molte c’è la necessità di garantire, ad esempio, pezzi di ricambio, per altre l’evasione di ordini, per altre ancora la logistica... E c’è anche il caso di quelle che , essendo fornitrici di altre imprese strategiche, hanno la necessità di mantenere attiva solo una parte della produzione destinata a quei particolari clienti.
 

A Udine. In provincia di Udine spiccano la Fonderia Cividale, Calligaris spa, la Modine di Pocenia, la Zorzini spa di Pavia di Udine, la Zanutta, Viterie friulane, ma anche Udinese calcio e Udine e Gorizia fiere. A queste vanno sommate altre 12 aziende, tre a Udine e 9 a Pordenone, che hanno chiesto alle rispettive prefetture di poter ripartire. Si tratta di Danieli spa, Danieli automation e Abs, tutte parte del medesimo gruppo di Buttrio (Qui l'elenco completo delle aziende)

A Pordenone. Nel Friuli occidentale si tratta di Alpi aviation, della Armando Cimolai di San Quirino, della Easy Fly Italy di Pordenone, della Elle snc di Porcia, della Multiex internazional cnc di Brugnera, della Pietro Rosa Tbm di Maniago, di Quaia Gianni di Polcenigo, della Servizio industriali srl di Sacile e della VI Technik srl di Pordenone.(Qui l'elenco completo delle aziende)

Quelle ferme. Le altre, e sono la stragrande maggioranza, sono ferme. In attesa, e con il fiato sospeso, del prossimo decreto della Presidenza del consiglio dei ministri, atteso tra domani e venerdì (ma i tempi non sono certi) dal quale si attende un allentamento - nemmeno timido - del lockdown che ha bloccato l’Italia. Uno stop determinato dall’emergenza sanitaria che sta provocando effetti imponenti sull’economia. Non è dato sapere quante aziende, soprattutto piccole e piccolissime, riapriranno i battenti, quante si dibatteranno in problemi finanziari ed economici, quante avranno perduto ordini e commesse. Difficile immaginare anche le ricadute sull’occupazione...
 

È ora di riaprire. Il fronte confindustriale del Nord, che rappresenta quasi la metà del Pil del Paese, si appella a Boccia. Anche Confindustria Alto Adriatico ha scritto al leader degli industriali perché, a sua volta, renda consapevole il Governo del «rischio declino» se il motore dell’economia non riparte al più presto «partendo da quegli stabilimenti che sono in grado di assicurare il pieno rispetto di tutte le misure di sicurezza», scrive nella lettera il presidente Michelangelo Agrusti.
 

Le vittime. In un settore diverso da quello industriale intanto una prima vittima eccellente c’è: Scarpe&scarpe, catena da 154 negozi in tutta Italia, 1.700 dipendenti, (in Fvg è presente a Monfalcone, Villesse, Udine, Fiume Veneto), ha annunciato ieri la decisione di aderire ad un pre-concordato per garantire un piano industriale di rilancio.

Quando la fase 2? Attesa, dunque, per la fase 2, quantomeno per quella economica, i cui confini saranno determinati dalla mediazione tra politica e scienza. E quanto sia complicata questa mediazione ce lo confermano quotidianamente le dichiarazioni degli esperti, virologi, infettivologi, epidemiologi, non tutti concordi sui tempi di inizio uscita da questo periodo di stop generale.
 

Nuovo decreto. Salvo sorprese, al termine degli incontri tra il presidente del Consiglio Giuseppe Conte con associazioni di categoria, sindacati e Regioni, dovrebbe arrivare la decisione su chi e come aprirà dopo Pasquetta. Pare che, per allargare il novero delle attività consentite, ci si baserà ancora sui codici Ateco, individuando quelle legate alle filiere strategiche, per estendere poi il raggio fino a comprendere parte della manifattura: meccanica ed edilizia e il commercio all’ingrosso.

La ripartenza sarà ovviamente condizionata al rispetto di tutte le regole già definite, e di quelle nuove che eventualmente si andranno a individuare, finalizzate a garantire la salute dei lavoratori e il contrasto all’avanzata del virus, con l’obiettivo che le imprese non diventino nuovi focolai per un’epidemia che ancora non è terminata. E c’è chi pensa all’effettuazione di test per individuare eventuali positivi al Sars-CoV-20 e anche coloro che, invece, il Covid 19 lo hanno avuto, magari inconsapevolmente. Una nuova sfida per chi scrive le regole della privacy e del lavoro.

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