Consulente friulano bloccato da 2 mesi in Iraq: niente voli fino al 23 aprile causa coronavirus

Patrick Di Nunno racconta: «Sono arrivato il 16 febbraio con un contratto di 30 giorni. Qui dopo le 16 è vietato uscire: l’esercito pattuglia le strade» 

UDINE.Quando è partito per l’Iraq avrebbe dovuto stare via un mese e invece, a causa del coronavirus, il suo viaggio non si è ancora concluso. Il 43enne friulano Patrick Di Nunno si trova “intrappolato” a Erbil, nel Kurdistan iracheno da più di settanta giorni.

E almeno fino a giovedì 23 aprile non ha alcuna possibilità di fare ritorno in Italia. «I voli sono sospesi almeno fino a quella data – racconta da un albergo del centro, dove si trova insieme ad altri 13 italiani che come lui si sono recati in Iraq per lavoro –, qui stiamo bene, ma la lontananza comincia a pesare anche perché il 16 marzo abbiamo concluso i nostri impegni e quindi non abbiamo niente da fare».

La trasferta di lavoro per alcuni era iniziata l’8 gennaio scorso. «Io da 23 anni mi occupo di fiere automobilistiche e sono stato contattato per fornire una consulenza. Erbil è una città che ha voglia di crescere, il Paese si sta riprendendo dalla guerra che è ancora presente negli occhi della gente, ma l’ambizione è quella di fare di Erbil la Dubai dell’Iraq».

Proprio nel giorno della partenza del primo gruppo di cui non faceva parte Di Nunno, però l’Iran ha effettuato un attacco missilistico alle basi Usa in Iraq, colpendo anche la base di Erbil (che ha 880 mila abitanti), dove è presente il contingente italiano i cui militari sono fortunatamente rimasti illesi. «A causa di quell’attacco i miei colleghi sono rimasti bloccati due giorni a Istanbul perché c’era il no fly zone». Ma quello era solo il primo imprevisto del viaggio.

«Io ho raggiunto i colleghi il 16 febbraio – continua Di Nunno, tifosissimo dell’Udinese – e avevo un contratto fino al 16 marzo quando già l’Iraq aveva deciso di isolarsi bloccando gli aeroporti. Qui l’impatto del coronavirus è stato limitato in termini di contagi (si parla di 1.400 casi, ndr) e decessi anche perché si è deciso subito di chiudere le frontiere. Al momento sono aperti solo i supermercati ma si può uscire di casa solo prima delle 16. A quell’ora scatta un vero e proprio coprifuoco con i mezzi militari che pattugliano la città: in giro non c’è nessuno. Per raggiungere il nostro posto di lavoro dovevamo superare dieci posti di blocco, cinque all’andata e cinque al ritorno. I controlli sono molto rigidi».

Nell’albergo dove sono ospiti i 13 italiani, tutti imprenditori autonomi incaricati da ditte italiane di portare a termine una consulenza per conto di un’impresa locale, si mangia la tipica cucina curda. «Non è male, ma fortunatamente molti locali offrono il servizio per asporto e abbiamo trovato anche un ottimo ristorante italiano. In Friuli però è tutta un’altra cosa». E Patrick lo sa bene considerato che ha lavorato per anni nella trattoria di famiglia “Alle Valanghe” di Nimis che prima era gestita dalla madre e adesso dalla sorella insieme al marito. Ad attendere il suo ritorno ci sono poi tutti i tifosi dell’Udinese e in particolare la curva Nord che frequenta da quand’era ragazzo.
 

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