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Il liceale che registrò per caso il boato del sisma del '76: «Esperienza che mi ha cambiato la vita»

Nel maggio ’76 Mario Garlatti era un liceale che preparava la Maturità. Il sisma lo sorprese mentre riversava l’album dei Pink Floyd in cassetta

Giacomina Pellizzari
2 minuti di lettura

È la sera del 6 maggio 1976. Mario Garlatti è un diciannovenne all’ultimo anno del liceo Marinelli e nella sua camera, in una palazzina di via Bernardinis 115, a Udine, ascolta le musiche dei Pink Floyd. Con dei cavetti di fortuna e il registratore portatile riversa l’album Wish you were here in una cassetta.

Alle 21 e una manciata di secondi la musica rallenta, la terrà trema e per 59 interminabili secondi non smette: semina distruzione, morte e paura. Mario assieme ai genitori, alla sorella e ai nipoti fugge e le loro voci impaurite e quelle degli altri restano impresse sul nastro che continua a girare nel registratore caduto a terra. Inconsapevolmente, nell’era analogica, Mario registra l’urlo del terremoto. Da allora, ogni 6 maggio, la sua vita viene scandita da quella registrazione.

«Un mese prima avevo ricevuto in dono il registratore portatile e stavo riversando in una cassetta l’album dei Pink Floyd che fino a quel momento avevo ascoltato solo con il giradischi. All’improvviso è mancata la corrente elettrica e per quasi un minuto mi è parso di stare all’inferno».

Mario oggi è un professore di Informatica, insegna all’istituto tecnico Zanon e racconta questa storia con l’emozione di sempre: «Non ho mai provato tanta paura, dopo quella sera non temo più nulla». Quella registrazione è un colpo al cuore per tutti, si sente chiamare ripetutamente «mamma», si avvertono i passi della gente che scappa, si coglie la disperazione e l’inconsapevolezza di chi non sa cosa sta succedendo.

Nella notte più buia del Friuli, nessuno può immaginare che tra Gemona, Venzone, Osoppo, Buja, Artegna, nell’area dell’epicentro, all’alba si inizieranno a contare i mille morti. Non può farlo neppure Mario che, dalla camera al secondo piano, si precipita in strada e lascia il registratore acceso. Quel nastro continuerà a girare fino a quando le pile lo consentiranno.

Mario ricorderà quello che stava facendo prima della scossa il giorno successivo quando, rientrato nella sua casa per prendere abiti e coperte, vede il registratore sul pavimento: lo raccoglie e schiaccia il tasto invio. Nell’aria polverosa riecheggia Shine on you crazy diamond unita al suono dell’Orcolat.

«È stato uno scherzo del destino, se l’avessi pensato non avrei potuto far coincidere meglio quel brano con la tragicità del momento», afferma confessando che nel riascoltare quel suono, lì, in quel preciso istante, ha capito la fragilità dell’uomo.

Quella stessa fragilità che, 44 anni dopo, riavverte di fronte all’aggressività del coronavirus. Mario tace, il suo pensiero torna al 1976 e all’esame di maturità che stava preparando: «Oggi come allora gli studenti affronteranno solo la prova orale. Ma noi – aggiunge – avevamo le commissioni esterne». Si ferma per qualche istante, lo fa per ricordare il suo professore di Filosofia, l’unico commissario interno, pre Checo Placereani, colui che, davanti ai microfoni della Rai, a Montenars ,disse «devo andare bisogna seppellire i morti».

Ogni 6 maggio Mario Garlatti riavvolge le stesse immagini, pensa al ritrovamento del registratore e al nastro che altri hanno fatto conoscere ai più perché lui, lo studente appassionato di tecnologia, non ha mai pensato di divulgare quel documento. Nel 1976 venne proposto dai microfoni di Radio canale 49 poi più nulla. Mario l’ha riascoltato 40 anni dopo.

Siamo nel 2016 e Garlatti è un padre di famiglia. La moglie Barbara Sabbadini è musicista ed è anche l’autrice delle musiche del videoclip “Il tempio del ricordo”. Il ruolo da protagonista viene affidato al figlio, questa volta è un altro adolescente a raccontare il suono dell’Orcolat. Oggi Mario osserva il disco dei Pink Floyd che conserva tra gli oggetti più cari: «Questa storia mi ha cambiato la vita – ripete –, mi ha ricondotto ad aspetti più umani. Sono diventato insegnante perché allora ho riscoperto l’umanità tra le persone».

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