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Le "Faq" del governo come il Rischiatutto: ma se lo Stato sbaglia le risposte a pagare sono le aziende

Mike Buongiorno in Rischiatutto

Una volta c’era “Rischiatutto” oggi ci sono i chiarimenti scritti dal governo alle domande più frequenti di cittadini, di commercianti e artigiani. A differenza dei quizzoni televisivi chi sbaglia non va a casa o perde denaro: paradossalmente a “pagare” sono quelli che fanno le domande

Una volta c’era “Rischiatutto” oggi ci sono le Faq. Le Faq sono le Frequently asked questions, i chiarimenti scritti dal governo alle domande più frequenti di cittadini, di commercianti e artigiani. A differenza dei quizzoni televisivi chi sbaglia non va a casa o perde denaro: paradossalmente a “pagare” sono quelli che fanno le domande.

Sabato 2 maggio, a poche ore dalla possibile riapertura di diverse attività nella “busta uno” esce questa domanda: «È consentita la vendita in negozio (vendita al dettaglio) di tutti i prodotti la cui produzione è ancora consentita?». Risposta del Governo: «No. Le attività di commercio al dettaglio restano disciplinate dall’allegato 1 del Dpcm 26 aprile 2020. La produzione di beni, autorizzata ai sensi dell’allegato 3 dello stesso Dpcm (ed eventuali successivi aggiornamenti) non ne autorizza la vendita al dettaglio. Restano comunque consentite le altre forme di vendita previste dall’allegato 1 (via internet; per televisione; per corrispondenza, radio, telefono; per mezzo di distributori automatici)».


“Ahi, ahi, ahi signora Longari” diceva Mike Bongiorno. La risposta è sbagliata! La legge quadro nazionale sull’artigianato (legge 443/1985) stabilisce un principio generale: gli artigiani che vendono i propri prodotti non sono assoggettati alla normativa sul commercio: “Per la vendita nei locali di produzione, o ad essi contigui, dei beni di produzione propria... non si applicano alle imprese artigiane iscritte all’albo le disposizioni relative all’iscrizione al registro degli esercenti il commercio”.

Non solo, ildecreto legislativo 114/1998, a cui si deve la riforma della disciplina del commercio, stabilisce esplicitamente che il decreto stesso non si applica “agli artigiani per la vendita nei locali di produzione o nei locali a questi adiacenti dei beni di produzione propria”. Certo sono ammesse deroghe, ma soltanto per effetto di “specifiche normative statali” e non con una libera interpretazione delle norme via Faq, benché pubblicata sul sito del Governo.

In pratica è successo che un’oreficeria artigiana ha sì potuto avviare l’attività il 4 maggio, ma non può vendere i propri prodotti fino a lunedì 18, essendo stata assimilata ad una gioielleria che compra e vende oggetti preziosi, gioielli.

Viceversa un “compro-oro all’ingrosso” ha potuto avviare l’attività il 4 maggio (nonostante un parere contrario della Prefettura di Milano). Inutili gli appelli di migliaia di artigiani: oltre agli orafi, anche pasticcerie, rosticcerie, gelaterie e gastronomie artigiane: «Non possiamo vendere i nostri prodotti, mentre gli analoghi prodotti sono in vendita nei corrispondenti reparti di supermercati e ipermercati».

La contraddizione è lampante. «Una prescrizione gravissima – dice preoccupata la capocategoria dell’Artigianato artistico di Confartigianato Udine, Eva Seminara –. In questo modo si snatura la peculiarità delle produzioni artigianali accomunandole al commercio. È assolutamente necessario difendere questa specificità. Gli artigiani sono un fattore costituente dell’identità, delle tradizioni e della cultura della nostra Patria; una componente sostanziale dell’offerta turistica dei nostri territori e del famoso “fatto a mano”, del made in Italy.

Nella stragrande maggioranza si tratta di micro-imprese, che vivono della vendita diretta al pubblico della propria produzione, e – purtroppo – va escluso che fuori dalle botteghe si creino assembramenti o code, con conseguenti rischi sanitari derivanti dalla riapertura di queste attività».

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