Esce dalla terapia intensiva e sconfigge il Covid, il racconto di Valentina: "Sono una sportiva ma il virus mi ha colpito"

Valentina Rubert, dipendente municipale a Chions, curata a Treviso. L’avevano anche intubata: «È stata dura. È adesso dico a tutti: stiamo attenti»

Sorride sempre, Valentina. Mentre affronta le rapide di un canyon, quando fa da timoniere a una barca che solca il mare dell’isola d’Elba. Anche quando si colora le guance di rosso e va a portare una risata ai bambini della Pediatria di Conegliano assieme agli amici della Lilt. Sorride alla routine del lavoro in ufficio, nel municipio di Chions, e quando allena i ragazzi del minivolley e della squadra under 12 della Pallavolo Motta di Livenza.



Era il mese di marzo quando il sorriso di Valentina si è offuscato. «Mi è salita la febbre, sapevo in cuor mio che era il coronavirus, c’erano stati dei precedenti tra i miei colleghi» racconta Valentina Rubert, 37 anni, di Mansuè. «Sono stata fortunata». La sua storia è un segno positivo in mezzo a tanto dolore. Così ieri ha voluto lanciare un appello su Facebook invitando tutti i giovani ad essere responsabili, a divertirsi rispettando le regole per evitare di far del male a se stessi e agli altri. «Vi chiedo un po’ di sacrificio: usate mascherina, guanti e igienizzante per tenere lontano il virus, evitate di creare assembramenti come quelli che ho visto in questi giorni in molte città. So che è un momento difficile e che tutti vogliono uscire per vedere gli amici, ma dobbiamo stringere i denti per noi, per i nostri cari, per chi ci vuole bene. Vi assicuro che ammalarsi è un’esperienza dura, anche per chi vi ama e non può starvi vicino. Allora cerchiamo di salvarci tutti insieme».



Valentina si è salvata grazie alle cure dei medici dell’ospedale Ca’ Foncello di Treviso dove è stata ricoverata per venti giorni, sette in terapia intensiva e tre intubata. «Ragazzi, l’unica cosa che vi posso dire è che questo non è un virus che colpisce solo gli anziani e i più deboli. Io ne sono la riprova, sono una sportiva, da venticinque anni gioco a pallavolo e non avrei mai immaginato che l’infezione mi colpisse in maniera così potente. Non credete a chi vi dice che è solo una banale influenza».

Riavvolgendo il nastro,a torna con la mente tra i monitor dell’ospedale, intenta a lottare contro la polmonite acuta. «Per fortuna i giorni in cui stavo troppo male non me li ricordo. La mancanza di ossigeno mi provocava stanchezza, non ero sempre cosciente, ho dei vuoti di memoria». La paura le ha fatto da compagna discreta. «Non temevo per quello che poteva accadere a me, Temevo di far soffrire la mia famiglia e i miei amici». Il primo ricordo che affiora più nitido è il momento in cui è tornata a respirare in autonomia. «Quando mi hanno estubata ero in terapia intensiva, avevo appena riaperto gli occhi, attorno a me i medici e gli infermieri. Sono stati fantastici, nonostante i tanti ammalati da seguire, avevano sempre un momento per rincuorarmi». Hanno fatto da ponte tra lei e la sua famiglia: mamma Carla, papà Silvano e la sorella Stefania. «La cosa più brutta del coronavirus è che ti impedisce di avere accanto gli affetti. I medici chiamavano i miei familiari una volta al giorno per aggiornarli sulle mie condizioni. So che per loro è stato drammatico aspettare quella telefonata».



«Finché non viene toccati a livello personale la gente non pensa e non dà peso alla pandemia, invece è proprio su questo punto che tutti dobbiamo insistere e dimostrarci responsabili ed educati», aggiunge Mario, zio di Valentina, orgoglioso di averle trasmesso la passione per la pallavolo. La mattina della dimissione gli occhi si sono fatti lucidi. «Mio papà è venuto a prendermi in ospedale, mia mamma e mia sorella erano a casa ad aspettarmi, per sicurezza siamo rimasti a distanza altri venti giorni, anche se ero già negativa al virus».

Gli amici con cui ama condividere viaggi e avventure, e i ragazzi del volley, l’hanno letteralmente invasa di affetto. Decine di messaggi e chiamate. «Mi mancano tutti moltissimo, non vedo l’ora di poter tornare ad allenare». Valentina è rientrata al lavoro, sta facendo gli ultimi controlli medici, ha scritto una lettera di ringraziamento al direttore dell’Usl 2 e al personale del reparto Udie che si è preso cura di lei. Passo dopo passo, sta conquistando la sua nuova vita, non vuole cancellare il passato, ma desidera afferrare il futuro. «Questo virus mi ha insegnato a dare nuovo valore al tempo, ad apprezzare i piccoli gesti che di solito diamo per scontati. Non è retorica, è la verità». Non ha ancora pensato a quale sarà la sua prossima tappa. Se chiude gli occhi sogna di essere su una barca a vela, nella distesa infinita del mare. «Voglio tornare a respirare a pieni polmoni». —


 

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