Stupro. Sostantivo. Maschile: le parole di Franca Rame che non dobbiamo dimenticare

Le spaccarono gli occhiali, le tagliarono viso e corpo con una lametta, – una maschera di sangue -, e le bruciarono la pelle con le sigarette

Era il 9 marzo 1973 quando Franca Rame, fu stuprata a Milano. La fecero salire a forza su un camioncino cinque esponenti dell’estrema destra, pedine di un gioco perverso e violento architettato da alcuni ufficiali dei Carabinieri per punire “la compagna di Dario Fo”, attrice teatrale, drammaturga, politica, attivista. Una donna scomoda, che parlava quando doveva stare zitta, che non sapeva tacere su quello che non andava e non funzionava. Che aveva prestato la sua voce negli anni Settanta, al movimento femminista. Una donna che doveva imparare a stare al suo posto.

Le spaccarono gli occhiali, le tagliarono viso e corpo con una lametta, – una maschera di sangue -, le bruciarono la pelle con le sigarette e la violentarono a turno.

Per quello stupro non c’è mai stata nessuna condanna, ma solo la prescrizione, a 25 anni dal fatto, nonostante nel 1987 Angelo Izzo e Biagio Pitaresi, rivelassero al giudice Salvini che a compiere lo stupro fu una squadraccia neofascista e soprattutto che l’ordine di “punire” Franca Rame con lo stupro era arrivato dall’Arma dei Carabinieri e nonostante la testimonianza di Nicolò Bozzo, che sarebbe diventato stretto collaboratore di Carlo Alberto Dalla Chiesa e che al tempo dei fatti era in servizio presso la divisione Pastrengo.

Franca Rame è morta il 29 maggio 2013. Era una donna straordinaria, un’attrice bella e piena di talento, una gigantessa sul palcoscenico. La sua arte fu sempre messa a servizio delle donne, specialmente quelle che non hanno voce.  Scrisse un monologo, “Lo stupro”, parte dello spettacolo “Tutta casa, letto e Chiesa”, su quanto le era accaduto che ho ascoltato a teatro una sola volta, e stampato per sempre nella mia mente. Ne riporto solo alcune parti perché anche oggi a rileggerlo, per scriverne, provo lo stesso sgomento, lo stesso bisogno di piangere, di urlare che provai allora, ascoltandola in teatro.

“Il cuore mi si sta spaccando,  non voglio uscire dalla confusione che ho. Non voglio capire. Non capisco nessuna parola… non conosco nessuna lingua. ..  Sono di pietra. Ora è il turno del secondo… i suoi colpi sono ancora più decisi. Sento un «Muoviti, puttana. Fammi godere» La lametta che è servita per tagliarmi il golf mi passa più volte sulla faccia. Non sento se mi taglia o no. «Muoviti, puttana. Fammi godere» Il sangue mi cola dalle guance alle orecchie. E’ il turno del terzo… Il camioncino si ferma per il tempo di farmi scendere… e se ne va. Tengo con la mano destra la giacca chiusa sui seni scoperti. E’ quasi scuro. Dove sono? Al parco. Mi sento male… nel senso che mi sento svenire… non solo per il dolore fisico in tutto il corpo, ma per lo schifo… per l’umiliazione… per le mille sputate che ho ricevuto nel cervello… per lo sperma che mi sento uscire. Appoggio la testa a un albero… mi fanno male anche i capelli… me li tiravano per tenermi ferma la testa. Mi passo la mano sulla faccia… è sporca di sangue. Alzo il collo della giacca. Cammino. Cammino non so per quanto tempo. Senza accorgermi, mi ritrovo davanti alla Questura. Appoggiata al muro del palazzo di fronte, la sto a guardare per un bel pezzo. Penso a quello che dovrei affrontare se entrassi ora… Sento le loro domande. Vedo le loro facce… i loro mezzi sorrisi… Penso e ci ripenso… Poi mi decido… Torno a casa… torno a casa… Li denuncerò domani”.

Stupro. Sostantivo. Maschile.

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