Donna sta male dopo il vaccino antinfluenzale, il Tar ordina l'indennizzo a vita

La decisione del giudice che obbliga il ministero della Salute di corrispondere a una signora di Talmassons la somma disposta dal giudice del lavoro

Il vaccino antinfluenzale somministratole dal medico di base l’aveva messa al riparo dai mali di stagione, ma era stato anche all’origine di un’encefalopatia. Una reazione indesiderata per la quale la donna, una friulana residente a Talmassons all’epoca 51enne, aveva fatto domanda di indennizzo al ministero della salute. Soldi che il giudice del lavoro di Udine, cui era stata costretta a rivolgersi dopo il diniego della commissione medico ospedaliera di Padova chiamata a esaminare il caso, aveva poi ordinato le fossero versati, e che tuttavia, neppure dopo il passaggio in giudicato della sentenza, si era mai vista corrispondere.

Ieri, e cioè nove anni dopo l’insorgere della patologia, che le ha lasciato problemi permanenti al sistema nervoso e visivo, il Tar del Friuli Venezia Giulia ha accolto il ricorso che i suoi legali, gli avvocati Pietro Becci e Franco Ferletic, del foro di Trieste, avevano dovuto proporre per ottenere giustizia. Ora, il ministero avrà trenta giorni di tempo, pena il commissariamento, per ottemperare all’obbligo d’indennizzo, quantificato in circa 9.500 euro l’anno, vita natural durante e a partire dal 1° ottobre 2014, quando la domanda fu presentata, così come stabilito dalla legge 210/1992, oltre all’ulteriore indennizzo di pari importo previsto dalla legge 229/2005, per un totale di quasi 20 mila euro l’anno. Somma cui va aggiunto l’ammontare delle spese legali e di ctu, calcolate in circa 15 mila euro.


Era stato l’Inflexal V a scatenare nella paziente una reazione avversa: vertigini, mal di testa e diplopia, che alla lunga l’avevano spinta a rivolgersi al pronto soccorso. Ricoverata all’ospedale di Latisana, era stata dimessa con una diagnosi di encefalopatia post-vaccinale. E con questa certificazione aveva presentato domanda d’indennizzo economico per il tramite dell’allora Azienda sanitaria n.4 “Friuli centrale”. Dalla commissione medico ospedaliera di Padova, deputata all’esame dei casi friulani, però, la sua richiesta era tornata indietro con esito negativo: pur riconoscendo il nesso di causa tra la somministrazione dell’Inflexal V e la patologia lamentata, i sanitari l’avevano esclusa dal fondo indennizzi per essersi trattato di una vaccinazione «raccomandata» e non invece «obbligatoria».

Il procedimento che ne era seguito davanti al tribunale civile di Udine e, in particolare, le due perizie disposte in corso di causa, e, dopo l’impugnazione da parte del ministero, il successivo passaggio in Corte d’appello, a Trieste, avevano fugato qualsiasi dubbio rispetto al diritto della donna a vedersi riconosciuti i danni, tenuto anche conto della sentenza 268/2017 con cui la Corte costituzionale aveva equiparato, sotto il profilo dell’indennizzo, le vaccinazioni obbligatorie e quelle non obbligatorie. Il ministero, tuttavia, aveva fatto orecchie da mercante. Nè si era poi costituito nel procedimento davanti al Tar. —

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