Omicidio e rapina, parla un testimone: «Ero accecato, ho sentito lo sparo mentre fuggivo»

Udine, in tribunale la testimonianza dell’amico dell’afghano di 24 anni ucciso il 6 giugno in una strada di campagna

MORTEGLIANO. Era salito in macchina con un amico e con altre due persone, alle sette del mattino, senza neppure chiedere dove sarebbero andati. E del pacchetto pieno di soldi che gli era stato consegnato non sapeva niente: né da dove arrivavano, né a cosa sarebbero serviti. Tutto il resto è cronaca: lo spray al peperoncino negli occhi, gli spari e la fuga.



Il 23enne afghano residente ad Arta Terme, che, lo scorso 6 giugno, a Mortegliano, si è trovato coinvolto nella rapina in cui ha perso la vita Rahimi Zazai, suo connazionale 24enne residente a Codroipo, ha raccontato questo e poco più nel corso dell’incidente probatorio eseguito lunedì 20 luglio, davanti al gip del tribunale di Udine, Daniele Faleschini Barnaba, nell’ambito dell’inchiesta che la Procura di Udine ha avviato nei confronti di Raimondo Raiola, 44 anni, originario di Napoli e residente a Tricesimo, e Wilfredo Fernandez Jeorge, 30 anni, originario dell’Honduras e residente a Udine, per le ipotesi di reato di omicidio volontario e rapina aggravata. Entrambi erano stati arrestati dai carabinieri poche ore dopo la sparatoria e prima del decesso di Zazai, avvenuto quattro giorni dopo, nel reparto di Terapia intensiva dell’ospedale di Udine dov’era stato ricoverato.



Testimone oculare unico di quanto avvenuto a bordo della Bmw di Raiola, sulla quale quella mattina pare fossero saliti per recarsi in Piemonte per un rifornimento di droga, e poi anche del parapiglia che seguì, in via Tomadini, una strada in mezzo ai campi in cui il conducente si era a un certo punto immesso con una scusa, il giovane afghano è stato incalzato per quasi tre ore dalle domande del pm Elena Torresin, titolare del fascicolo, e dei difensori, gli avvocati Massimo Cescutti (per Raiola) e Denaura Bordandini (per Fernandez Jeorge).

Le sue risposte hanno soddisfatto i difensori, avendo sostanzialmente confermato le versioni rese in interrogatorio dai rispettivi assistiti. E cioè che la rapina degli 8 mila euro si consumò all’interno dell’auto e che quando partì il secondo sparo, quello che ferì mortalmente Zazai all’altezza di un orecchio, l’amico se l’era già data a gambe.

«Dopo essere stati accecati con lo spray urticante e dopo il primo colpo sparato a terra per spaventarci – ha raccontato il testimone –, sono sceso dal sedile posteriore destro e sono scappato». Il suo connazionale è stato invece tirato fuori dall’altra parte e, dopo un’accesa discussione, è partito il colpo. «Non l’ho visto, perché stavo correndo via – ha spiegato –. E quando ho chiesto aiuto in una casa lì vicino, la macchina era già ripartita».

Stando a quanto finora spiegato dagli indagati, il loro obiettivo quella mattina era di inscenare una rapina, per evitare di recarsi in “trasferta” e sottrarsi così alle pressioni dell’afghano. Ma le cose sono degenerate e per tirare le somme, ora, la Procura attende anche il deposito della relazione sull’autopsia eseguita dal medico legale Antonello Cirnelli. —
 

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