Distanziamento sociale e misure imposte all'arte: c'è la cura del Css e della compagnia di danza Arearea

La compagnia Arearea in uno scatto postato su Instagram

In questo tempo di snaturazione, il teatro esce fuori dal teatro e riconquista gli spazi pubblici di Udine, dai giardini Ricasoli alla Chiesa di San Francesco

Può lo spazio pubblico diventare un fattore intenzionalmente disorientante, possono le categorie artistiche come la musica, il teatro, la danza, insediarsi in un contesto quotidiano ed evolvere, diventando qualcosa di completamente diverso?

Che impatto ha, in uno luogo cittadino, il segno di un artista quando non è grafico e quindi immateriale e intangibile? Arearea, compagnia di danza contemporanea e CSS Teatro Stabile di Innovazione del Friuli Venezia Giulia, portano all’interno degli spazi urbani di Udine, giardino Ricasoli i primi, e Chiesa di San Francesco i secondi, due eventi artistici fuori dagli spazi teatrali.

Nel tempo della snaturazione, del cambiamento anche momentaneo ma sconcertante, dell’azzeramento, della messa in discussione delle nostre abitudini stiamo imparando che il “teatro in teatro” costretto dalle regole, non si può fare e che sia gli artisti che gli spettatori devono confrontarsi con modalità di mise en éspace e di fruizione molto diversi da quelli abituali.

Eppure, nonostante il distanziamento fisico imposto l’arte continua ad essere dia - logos ovvero confronto verbale, che attraversa due o più persone, strumento per esprimere sentimenti diversi e discutere idee. Io sono il tricheco, produzione della compagnia Arearea, con le coreografie di Roberto Cocconi, porta in scena ancora una volta la forma primaria di dia – logos in cui il verbo è corpo libero, nonostante i limiti imposti dal virus. Ricorda allo spettatore che la danza contemporanea è necessità, folgorazione leggera, seduzione che si nutre del gesto dell’altro, dell’osservazione di un volto smascherato, di un respiro libero perché ogni uomo dovrebbe danzare tutta la vita, non essere un danzatore necessariamente ma danzare, questo sì.

Nella solitudine dei campi di cotone del CSS, testo magnifico di Bernard –Marie Koltes, progetto di Mario Martone, con voci registrate di Carlo Cecchi e Claudio Amendola, si sperimenta invece l’esperienza estraniante della mancanza: quell’essere lasciati soli di fronte alla parola del drammaturgo, senza l’attore- medium. Il senso di solitudine evocato continuamente dal testo, si concretizza dentro al labirinto installazione. Allo spettatore –compratore lasciato solo, con una parola senza corpo registrata, resta unicamente la nostalgia del rapporto ambiguamente seduttivo tra palco e platea.

Nel tempo della snaturazione, del cambiamento anche momentaneo ma sconcertante, il teatro “fuori dal teatro” ci rimanda così ad un’unica certezza: vivere l’esperienza artistica è l’unico phàrmakon contro l’alienazione imposta e contagiosa.

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