Il cuoco di Ovaro sopravvissuto alla strage di Bologna: "Pretendiamo la verità, i depistaggi la ferita che sanguina di più"

Nella foto la stazione di Bologna dopo lo scoppio della bomba. Nel riquadro Eliseo Pucher

UDINE.  Le ferite al capo e alle braccia sono guarite in un mese abbondante, passato nella Terapia intensiva del Maggiore di Bologna e nell’Ortopedia dell’ospedale di Udine. Quelle che il tempo non è riuscito a lenire sono incise nell’anima, profonde e difficilmente rimarginabili. Eliseo Pucher è uno dei sopravvissuti alla strage che quarant’anni fa alla stazione della Dotta fece 85 morti: tra i duecento feriti c’è anche lui, all’epoca trentenne, cuoco originario di Mione di Ovaro.

A Bologna era di passaggio, quel giorno: arrivava a Udine, doveva cambiare per Modena e da lì raggiungere l’hotel Excelsior di Salsomaggiore Terme, dove lavorava da alcuni mesi. «Ho fatto un giro in città, il mio treno era in ritardo: mi sono infilato nella sala d’attesa, ci sarò stato al massimo un quarto d’ora». Dalle 10.05 alle 10.20, quando una valigetta piena di esplosivo viene fatta esplodere nell’ala Ovest della stazione centrale.

«Ricordo solo un sibilo. Ho pensato: “Questo non è un treno”. Poi un colpo secco, bum: ho portato le mani alla testa, istintivamente». Poi la polvere, «densa», un «gran silenzio, durato per non so quanti secondi», e il dolore lancinante: «Mi sono ritrovato nelle macerie fino all’ombelico, avevo il braccio destro completamente insanguinato e ricordo che con l’altra mano cercavo di pulirmi il viso dal sangue che mi scendeva dalla fronte». Poi ci sono le istantanee che in questi giorni gli speciali televisivi stanno riproponendo di continuo: le urla strazianti dei feriti, i soccorritori che sudano per tentare di salvare chi è intrappolato sotto le macerie. «Era pieno di muarts, qualcuno mi ha tirato fuori: ricordo di un poliziotto che chiedeva conto delle mie condizioni, poi il trasferimento in infermeria e da lì al Maggiore», ricorda lucido Pucher.

Non è in pericolo di vita, il cuoco carnico: ha una ferita profonda alla fronte, un’emorragia al braccio sinistro, i malleoli fratturati, due costole incrinate e schegge nella gamba sinistra.

La convalescenza è stata lunga, spezzata tra Bologna e Udine, dove finalmente riesce a farsi ingessare. «Il problema non era tanto stare in piedi, anche se i malleoli mi hanno fatto penare. Ma era il cjâf che non era a posto: avevo paura di tutto e di tutti, c’è voluto tempo per recuperare un po’ di tranquillità».

Pucher sa che nella sfortuna è stato fortunato: «Io ho potuto lavorare, fare le mie esperienze: penso a chi è rimasto menomato e a chi non ce l’ha fatta». Anche per loro l’ex cuoco friulano, oggi settantenne, lotta in prima linea per squarciare il velo di silenzi e incertezze di cui per decenni è stata ammantata la vicenda della stazione di Bologna. Una strage che oggi anche per la giustizia ha dei responsabili (Luigi Ciavardini, Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Gilberto Cavallin dei Nar sono stati condannati come esecutori materiali), «ma non dei mandanti. Stiamo battagliando per ottenere quelle verità». Oggi, assieme agli altri membri dell’associazione dei familiari delle vittime, sarà in piazza a Bologna per la tradizionale commemorazione del 2 agosto: una cerimonia in tono minore, complici le restrizioni per il contenimento del coronavirus.

«Le ferite nell’anima – spiega Pucher – non si rimargineranno fino a quando non si arriverà alla completa verità. Con la direttiva Renzi sulla desecretazione degli atti, sembrava che finalmente sarebbe stato possibile esaminare i documenti chiave di questa vicenda, invece non è stato così, perché è stata resa inefficace e sono state versate negli archivi solo carte inutili, è merito solo della volontà dell’associazione dei familiari se una parte di questi materiali è stata digitalizzata».

Le spine sono tante. Così come la rabbia, che fa masticare amaro per tutti quegli anni di silenzi interessati: «Anche la vicenda dei risarcimenti – riflette il friulano – è vergognosa. È allucinante che, dopo 40 anni, ne stiamo ancora parlando. Non so se lo fanno per demotivarci, ma noi non ci arrendiamo e per fortuna abbiamo la forza dell’associazione, altrimenti ci avrebbero sconfitto. Se il governo ha latitato, se gli apparati hanno fatto ostruzione, le istituzioni locali bolognesi si sono almeno spese senza sosta, affiancando l’associazione: perché in questo caso il nostro detto friulano, fasìn di bessôi, non può valere».

Zuppa fredda di barbabietola, arancia e yogurt

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi