Come è nata l'inchiesta sulle mascherine: il giallo della certificazione e i dubbi sulle tempistiche

Parla Edi Sanson, consulente della Norton, dal cui esposto è partita l’indagine Il segretario Pd Shaurli: «Spero l’operato dei magistrati sgomberi ogni ombra»

UDINE. A presentarsi per primo alla Procura di Udine, segnalando anomalie nella delicata partita della fornitura di mascherine anti-contagio, è stato l’ex Carabiniere Edi Sanson in veste di consulente tecnico della Norton di Coseano, azienda produttrice di calzature che lo scorso marzo, in pieno lockdown, aveva deciso di riconvertirsi temporaneamente alla produzione di mascherine aderendo al bando della Protezione civile.

«Quel bando imponeva un filtraggio di 5 micron, non per tessuto ma per singola mascherina, che andava regolarmente certificato» ricorda Sanson che viene chiamato da Norton proprio a gestire il delicato passaggio. «Per essere certificate, le mascherine devono passare dei test, per i quali sono necessari dai 7 ai 15 giorni. Questa – ricorda Sanson – è la risposta che ci viene data dalle società che si occupano dei test. Siamo a marzo e ce ne sono solo quattro – tre in Italia, una in Germania – per di più oberate di richieste». Vale per Norton e dovrebbe valere per i competitor che invece l’azienda vede aggiudicarsi la fornitura e procedere alla produzione.

Nasce qui il dubbio. «Come hanno fatto a certificare le proprie mascherine?» si chiede il consulente. A questa prima domanda ne seguono diverse altre che Sanson a quel punto decide di girare direttamente agli investigatori. «Il pressapochismo con cui è stata gestita questa operazione mi ha lasciato sbigottito – dichiara il consulente –: qui parliamo di protezione civile, di sanità, di soldi pubblici, in molti casi frutto di donazioni fatte con le lacrime agli occhi».

Troppe le zone d’ombra secondo l’ex carabiniere.A partire dal fatto che «non si capisce come si concilia il dettato del decreto laddove indica la necessità di coprire naso e bocca con qualsiasi cosa (vedi sciarpe, foulard, passamontagna) con la fornitura alla popolazione di una mascherina che deve avere certi requisiti. Peraltro – aggiunge Sanson – nemmeno accertabili una volta per tutte: va da sé che se la mascherina è lavabile, una volta lavata non è più la stessa. E allora, rispetta ancora i requisiti alla seconda, terza, decima volta?».

Sanson è un fiume in piena. «L’emergenza è stata troppa, è stata gestita troppo tardi e ha indotto a fare le cose in modo un po’ affrettato» aggiunge il consulente dando voce a un’ultima domanda: «Possibile che oggi le mascherine si trovino dal tabaccaio a 0,50 euro mentre in piena emergenza il costo di un pezzo di stoffa era di 3,50 euro? ».

Sul caso mascherine è intervenuto anche il segretario regionale del Pd, Cristiano Shaurli, auspicando «che l’inchiesta sulle forniture di mascherine possa concludersi rapidamente e con chiarezza, nell’interesse dell’onorabilità dell’istituzione Regione e dei cittadini del Friuli Venezia Giulia, che hanno diritto di esser certi del buon uso delle risorse pubbliche. Nel pieno rispetto delle prerogative della magistratura – ha proseguito il segretario –, vogliamo esprimere l’auspicio che le risultanze delle indagini porteranno a sgombrare ogni ombra, perché vorremmo che l’immagine del Friuli Venezia Giulia rimanga il più possibile distante da vicissitudini giudiziarie come quelle della Lombardia».

 

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