Addio a don Arduini, che svestiva i paramenti e lavorava in fabbrica: ecco chi era il prete operaio

Per sedici anni è stato presidente della Casa dell’Immacolata. Per quasi tre decenni ha prestato servizio in una fabbrica di sedie

UDINE. Chi sono gli ultimi? Chissà quante volte la domanda è rimbombata nella testa di don Gianni (Giampietro all’anagrafe) Arduini, morto a 77 anni in ospedale, a Cividale. Presi i voti e diventato vicario parrocchiale a Carlino, fu in qualche maniera travolto e affascinato dal tumultuoso progresso industriale che si respirava nel Triangolo della Sedia, dove arrivò nel 1969 come cooperatore parrocchiale.

Dopo quattro anni in canonica l’abito talare (indossato poco: preferiva camicia e pantaloni) gli apparve improvvisamente stretto. «Volevo stare al fianco degli operai sfruttati e condividere la loro sorte», dirà alla vigilia dei settant’anni, ricordando quel momento di vacillamento e la decisione di lasciare il Friuli per Roma e poi per Trento, dove fu impegnato per qualche mese come benzinaio. Le stesse mani che impartivano i sacramenti hanno poi impastato malta e calce per un anno e mezzo, a Milano, prima del ritorno in Friuli.


A San Giovanni al Natisone don Gianni entrò in fabbrica a metà degli anni Settanta, un paio d’anni prima che la diocesi gli affidasse il vicariato della locale parrocchia, mantenuto fino al 2003. Diceva messa la mattina, poi svestiva i paramenti e indossava la tuta, timbrando alla Lisa (acronimo di Lavorazione industriale di sedie e affini), dove per 28 anni ha lavorato in reparto, prima a tempo pieno per dieci anni, poi part time.

Voleva prendere le difese degli operai, che all’epoca godevano di tutele a corrente alternata, e lo fece pure affiancando al ruolo di cappellano dello stabilimento quello di rappresentante sindacale negli anni in cui trecento preti in tutta Italia facevano la spola tra le sacrestie e le linee di produzione.

In fabbrica si prendeva cura dei diritti dei colleghi, in parrocchia apriva le porte in particolare a giovani e stranieri, che iniziavano ad arrivare anche in Friuli da rotte fino a quel momento sconosciute.

Sono gli anni delle esperienze all’estero (in Francia, a Taizè, entrò in contatto con una comunità ecumenica che ispirò la nascita dell’associazione Gruppo 89 e dei Meeting giovani) e dei rapporti con le compagini regionali impegnate nel recupero di alcolisti, tossicodipendenti, nell’assistenza dei disabili.

All’alba del Duemila abbandonò gli attrezzi da operaio, non l’attenzione per gli ultimi. Il vescovo Pietro Brollo lo ritenne perfetto per portare avanti a Udine il lavoro di don Emilio De Roja, fondatore della Casa dell’Immacolata di via Chisimaio, e di un altro prete operaio, don Arduino (quante assonanze!) Codutti, per dieci anni a capo della struttura tirata su dal “don Bosco udinese”.

Lui, nato a Nimis nel settembre 1941 da mamma delle Valli e papà rodigino, si ritrova immerso nel melting pot culturale e religioso che le migrazioni regalano al capoluogo friulano attraverso l’istituto di don De Roja: Albania, Romania, Marocco, Tunisia, Camerun, Montenegro, poi negli ultimi anni sempre più spesso Afghanistan e Pakistan.

Un tetto, il tentativo di sottrarre i giovanotti dalle dinamiche tentacolari della strada, ma anche la voglia «di insegnare non solo l’italiano e l’educazione, ma anche un mestiere», ripeteva con orgoglio a chi gli chiedeva dei laboratori di carpenteria e falegnameria.

Dopo sedici anni di presidenza del cda della Casa dell’Immacolata lascia nel 2018, pur restando guida spirituale dell’istituto. I funerali saranno celebrati dall’arcivescovo Andrea Bruno Mazzocato martedì alle 17 nel duomo di Nimis. —

© RIPRODUZIONE RISERVATA
 

Arrosto di maiale con funghi e castagne

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi