Ecco chi era Mario Blasoni, ritratto di un giornalista perbene

Il ricordo: era affidabile e appassionato, documentato e preciso, con il buon senso di saper dire le cose giuste e necessarie, non quelle che creano spesso sconcerto e confusione


UDINE. Non è stato il cantore o l’aedo di un mondo e di una città, ma piuttosto il suo cronista maggiormente affidabile e appassionato, documentato e preciso, con il buon senso di saper dire le cose giuste e necessarie, non quelle che creano spesso sconcerto e confusione.

Se ne è andato mercoledì 26 agosto, quasi all’alba, un po’come era nella prassi dei giornalisti di un tempo che uscivano dalle redazioni a quell’ora, con il giornale sotto braccio, dopo una nottata di scritture elaborate in fretta e di impaginazioni acrobatiche nelle stanze della tipografia.

Mario Blasoni è morto a 85 anni (compiuti lo scorso 26 giugno) e ora è pianto da un mondo che deve ricordarne la lezione, fatta di una dedizione al limite del sacrificio assoluto, ma anche di un divertimento colto e curioso verso una professione che può essere paradiso o inferno.

Il ricordo del sindaco Pietro Fontanini

Blasoni è stato il cronista più sinceramente e totalmente udinese degli ultimi 60 anni, tutti vissuti all’interno del Messaggero Veneto, dove per un quarto di secolo, con il delicato compito di capocronista cittadino, ha guidato un gruppo animoso di giornalisti, attenuando alle volte i bollenti spiriti di alcuni e risvegliando invece gli orgogli assopiti di altri, per fornire così al meglio quanto la cronaca è chiamata a dare, cioè la rappresentazione rapida di una realtà che ogni 24 ore cambia e si manifesta in maniere inattese.

Blasoni lascia nel dolore la moglie Daniela, i fratelli Luisa e Giorgio, i figli Marco, Luca e Rita, le nuore Lorenza e Barbara, i nipoti Matteo, Giulio e Gabriele, e poi la famiglia dei giornalisti udinesi e friulani, di cui era il decano e un punto di riferimento costante, continuando a esserlo anche dopo essere andato in pensione nel 1995, quando anzi aveva cominciato una nuova straordinaria fase, tutta finalmente dedicata all’impegno che un giornalista autentico com’era lui amava di più, e cioè il rapporto diretto con la sola scrittura e con l’arte d’una cronaca che non indulge nel trasmettere memorie e nostalgie, apparendo quasi distaccata rispetto all’opera di altri grandi autori udinesi, però scrupolosa nel narrare le esistenze di chi, vivendo senza un copione, lontano dalla notorietà, è comunque ben presente nel nido intimo di un luogo.

Il ricordo dell'ex direttore del Messaggero Veneto Sergio Gervasutti


Blasoni, ragazzo di via Cividale, figlio di Armando e di Maria Molinari, cominciò a coltivare il sogno del giornalista seguendo le orme del bisnonno Francesco, pubblicista e verseggiatore, collaboratore della Patria del Friuli e del Giornale di Udine.

Le prime prove di Mario sono rintracciabili su pubblicazioni giovanili e scolastiche, da studente dello Zanon, e poi arrivò il magico incontro con il Messaggero Veneto, nel 1960, quando entrò nella redazione diretta da Carlo Tigoli, e che vedeva all’opera personaggi come Mario Sfilli, il poeta Dino Menichini, Paolo Schinko, Zelio Zucchi, Renato Romanelli, Lino Pilotti (primo critico televisivo d’Italia), Plinio Palmano (leggendario cronista sportivo), Ivan Naliato, Caporedattore era il vulcanico Isi Benini e una delle firme più prestigiose era quella di Arturo Manzano, uno dei nomi leggendari del vecchio giornalismo udinese, assieme a Carlo Serafini, Gian Maria Cojutti, Giorgio Provini. Benini affidò a Blasoni la pagina degli interni e quella del cinema.

Cominciò così la sua carriera, che nel 1961 lo portò a iscriversi all’Ordine dei giornalisti. Molto cambiò quando nel 1966 Lino Zanussi scelse, come direttore del Messaggero Veneto, Vittorino Meloni che, quattro anni più tardi, affidò il ruolo di capocronista a Blasoni il quale, dopo aver seguito in prima persona eventi come la tragedia del Vajont o l’alluvione di Latisana (quando, rimasto bloccato nel municipio assediato dalle acque, dettò al telefono uno straordinario articolo, rimasto famoso), guidò la sua giovane redazione negli anni Settanta, tra emergenze di ogni tipo, causate dal terremoto del’76, ma anche dal terrorismo e da una cronaca nera che si era insinuata nel mondo friulano tra delitti e tragiche rapine.

Dopo Meloni, Mario Blasoni ha lavorato e scritto per il Messaggero Veneto diretto da Sergio Gervasutti, Sergio Baraldi, Andrea Filippi, Omar Monestier, Tommaso Cerno, raccogliendo poi i suoi articoli in una serie di volumi, come i sette delle serie intitolate “Cento udinesi raccontano” e “Vite di friulani”, come la storia dello Zanon (scritta assieme a Gianfranco Ellero), e poi i libri dedicati all’Università popolare e alla Mostra della Casa moderna, o il bellissimo testo “Caffè e osterie a Udine dall’800 a oggi”, uscito da un minuzioso viaggio nel mondo dei locali cittadini.

Tutti libri che adesso, se consultati con passione e cura, narrano di noi molto di più di tante chiacchiere e facezie moderne. Blasoni ha insegnato a essere cronisti immersi pienamente dentro la realtà, accendendola con la fantasia, senza però snaturarla o forzarla, e rispettandola.


Accanto a questi tratti essenziali, ci sarebbero poi i mille ricordi personali di lunghe giornate e notti trascorse in redazione, fra sorrisi e nervi tesi, per narrare poi la città e il mondo friulano sulle sfuggenti pagine d’un quotidiano. La penna rossa del capocronista (non c’erano ancora i computer) correggeva implacabile il foglio dattiloscritto, che poi veniva riconsegnato come un campo di battaglia al malcapitato.

Sembrava un’ingiustizia e invece era la lezione generosa e paziente d’un vero maestro, al quale si dava del “lei”, perché il “tu” venne dopo che Mario era andato in pensione ed era bello trovarlo d’estate a vedere un film nel giardino del Torso, essendo ormai, deposte la armi, vecchi amiconi che ne avevano vissute insieme di tutti i colori. Quando ci lascia un maestro così, il cuore piange e gli occhi sono pieni di gratitudine. I funerali di Mario Blasoni saranno celebrati sabato 29 agosto, alle ore 11, nella basilica delle Grazie. Uno dei luoghi che amava di più.

 

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