L'insostenibile leggerezza della burocrazia: Friuli-Serbia andata, ritorno e quarantena per un certificato

È soltanto un caso se il protagonista di questa avventura è riuscito ad ottenere quel documento senza “armarsi e partire”, ma non è detto che otterrà quel bonus

Dieci giorni per ottenere il bonus affitti; dieci giorni per andare in Serbia, ottenere il documento chiesto dal Comune all’ultimo momento e tornare; presentarlo e stare in quarantena... con buona pace del datore di lavoro.

È soltanto un caso se il protagonista di questa avventura è riuscito ad ottenere quel documento senza “armarsi e partire”, ma non è detto che otterrà quel bonus.

Ecco cosa è accaduto nell’articolo della collega Lucia Aviani. Da lungo tempo vive con la propria famiglia nel nostro Paese, a Cividale, e da ormai 14 anni è dipendente della ditta Arredidea di Premariacco: il 31enne Jasmin Huseini, cittadino di origine serba, ma ormai italiano d’adozione, nel mese di giugno ha presentato domanda per poter fruire del bonus affitto, per un importo stimato di circa mille euro.

L’iter sembrava procedere in maniera assolutamente regolare, finché il 17 agosto il meccanismo si inceppa: «Sono stato contattato da un ufficio del Comune – racconta il diretto interessato – e ho ricevuto l’invito a presentarmi in municipio, senza ricevere ulteriori spiegazioni.

Al mio arrivo mi è stata consegnata una carta in cui si elencava la documentazione da presentare entro il termine ultimo del 27 agosto, pena la perdita del contributo: serviva, mi è stato detto, una certificazione che attestasse che nessuno dei componenti del mio nucleo familiare dispone di proprietà immobiliari nella terra di provenienza.

L’atto dev’essere rilasciato dalla competente autorità estera e corredato da traduzione in lingua italiana autenticata dal Consolato, per attestare la conformità all’originale: insomma, una trafila burocratica scoraggiante».

Il problema consiste proprio nel fatto che per ottenere il documento in questione Huseini avrebbe dovuto recarsi in Serbia, «in quanto il Consolato – chiarisce il protagonista della vicenda, subito informatosi sulle possibilità alternative – non lo rilascia».

Possibile, si interroga Jasmin Huseini, che il preavviso sia stato così scarso, a maggior ragione nei tempi dell’emergenza sanitaria?

«Per non parlare del fatto – osserva poi – che qualora mi recassi in Serbia, dove a differenza di ogni anno ho evitato di tornare proprio per non accrescere il rischio di contrarre il contagio, al rientro dovrei sottopormi alla quarantena, trovandomi dunque nell’impossibilità di lavorare per due settimane.

Capisco e condivido – conclude – che in queste cose servano rigore e serietà, per evitare che fruiscano del beneficio anche persone che non ne avrebbero diritto, ma ritengo che la pratica non sia stata gestita in maniera adeguata».

Fortunatamente in quei giorni in Serbia c’era un parente di Huseini – ora in quarantena – che ha recuperato e portato in Friuli il certificato. «L’ho consegnato il 27, giusto in tempo, speriamo sia sufficiente». —

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