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Tra guardie e ladri vincono troppo spesso i secondi

La polizia li arresta, i giudici li liberano. Gli episodi stanno diventando troppi

Renato D'Argenio
1 minuto di lettura

In tre, davanti a un bancomat, a volto coperto e con i guanti. Sono le 2.30 di notte e i “nostri” stanno facendo una passeggiata con il passamontagna e una calza legata alla nuca: in fondo per proteggersi dal virus non è obbligatorio indossare la mascherina, si può optare per una sciarpa o, appunto, qualche altra soluzione. Guardano non toccano nulla, si può supporre stiano per fare un colpo, ma l’unica certezza è che i tre soffrono di insonnia.

E infatti, l’Autorità giudiziaria, considerando la sgambata una sorta di sopralluogo non può far altro che rilasciarli: erano stati fermati dagli agenti di Polizia. Le immagini rilasciate in tempo reale dalle telecamere del Postamat di Sant’Osvaldo li avevano tratti in inganno.

Pochi giorni dopo. In via Pozzuolo, una donna si intrufola in un appartamento con la figlia di neanche due anni nel passeggino. Il padrone di casa la scopre e la blocca, ma mentre chiama la polizia scappano. Gli agenti non ci mettono molto a rintracciarli e la poco più che ventenne, finisce ai domiciliari, insieme al compagno, un coetaneo, per l’ipotesi di reato di furto in concorso.

Il bottino, una preziosa collana, era nascosto sotto i pannolini sporchi. Il giudice convalida l’arresto e dispone la liberazione dei giovani. Il pm non aveva richiesto misure. Ogni giorno, gli agenti fermano persone che non dovrebbero essere in città. Hanno il foglio di via.

L’aveva in tasca, per esempio, l’immigrato che qualche mese fa ha picchiato per strada il consigliere comunale Paolo Foramitti. Il caso fece scalpore ma è uno dei molti che si ripetono quasi quotidianamente: gli agenti li fermano – con tutti i rischi del caso – li portano in questura e li “cacciano”. L’indomani sono di nuovo a spasso in città senza che si riesca a fare qualcosa: riportarli a casa loro, nel caso degli immigrati, è un’impresa burocratica titanica. È evidente che c’è qualcosa che non torna. Che stride.

Non sono qui a invocare pene esemplari, ma non è certo accettabile neppure che chi commette reati si faccia forte del fatto che tanto “non ci fanno niente”. Lo dicevano al telefono – intercettato – dei ladri che colpivano in Veneto e in Friuli.

Non è accettabile neppure che un agente insegua lo stesso delinquente una o due volte a settimana: il rischio, oltre a quello fisico, è che sia proprio l’agente il primo a lasciarlo andare. Ma chi glielo fa fare? Qualcosa nelle norme va rivisto: nel sociale, per esempio, c’è molto da fare.

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