A Chions undici dipendenti costretti a casa a rotazione: hanno ricevuto l’assegno solo per una settimana in marzo

È il caso della Tecnosaldatura. Anche la moglie del titolare Fabio Nogarotto lavora in azienda ed è nella stessa situazione di tutti gli altri addetti

PORDENONE.  Cassa integrazione invisibile da ben sei mesi e incertezza sulla futura erogazione di quanto dovuto. È l’emblematico caso della Tecnosaldatura di Chions. Il codice Ateco ha permesso all’azienda di lavorare anche nei mesi più difficili dell’emergenza sanitaria da coronavirus, ma il calo dell’attività si è fatto sentire anche per questa realtà artigiana che si occupa di saldature industriali robotizzate.

Pertanto, il titolare Fabio Nogarotto ha deciso di ricorrere alla cassa integrazione che, nel caso specifico, è stata effettuata a rotazione tra gli undici dipendenti. Ma, tranne una settimana a marzo, nessuno ha visto un euro.


«Da aprile a oggi i miei dipendenti non hanno percepito niente – ha affermato Nogarotto –. La mia è un’azienda che dà da lavorare a undici persone e fino a prima del Covid non è mai stato necessario richiedere la cassa integrazione. Poi è arrivata la pandemia e la situazione si è fatta più difficile: pur non avendo mai dovuto chiudere, abbiamo avuto un calo del lavoro del 55 per cento quindi, essendoci la possibilità di accedere alla cassa integrazione prevista per il coronavirus, è stato deciso di accedere a questa opportunità».

Siamo a fine marzo e un dipendente ha avuto accesso alla cassa integrazione per una settimana. Quel breve periodo è stato saldato, pertanto le premesse per proseguire con la richiesta di ammortizzatori c’erano tutte e le aspettative erano buone e favorevoli per proseguire lungo quella strada, piuttosto che ricorrere a ferie forzate. Quindi, ad aprile il ricorso alla cassa integrazione è stato più importante a fronte di un calo del lavoro.

«Il codice Ateco dell’azienda ha consentito di lavorare praticamente sempre, ma c’è stato un calo ed è stato deciso per accedere alla cassa – ha spiegato il titolare –. Per tutto aprile i dipendenti, a rotazione, sono andati in cassa integrazione. Ebbene, da quel mese a ora, non è stato ancora pagato un euro».

Nella pratica, le giornate di sospensione complessive di aprile sono state 20, poi s’è proseguito anche a maggio con 11 giornate. Via via il ricorso all’ammortizzatore è stato ridotto a pochi giorni nei mesi di giugno e luglio. E i lavoratori si sono in qualche modo “salvati” perché la loro sospensione dal lavoro è stata non totale ma periodica, quindi qualcosa per sopravvivere l’hanno percepita, ma, chi più chi meno, ha in arretrato centinaia di euro che ancora spetta loro.

«Anche mia moglie lavora in azienda ed è nella stessa situazione di tutti gli altri dipendenti – ha riferito Nogarotto –. Il problema è il fatto che, oltre a non aver visto un euro da aprile, non abbiamo nemmeno informazioni su quel che succederà. Non ci vengono date indicazioni».

Ora il rientro al lavoro è praticamente totale, ma il titolare non nasconde una certa preoccupazione per quello che i suoi dipendenti devono ancora percepire. «Non conosco i motivi per cui siamo arrivati a questa situazione – ha affermato Nogarotto –. Per noi, la cassa integrazione è una novità. E non nascondo che questo è un bene. Ma ora che ne abbiamo avuto anche noi la necessità, ci ritroviamo in questa situazione. L’azienda non ha dovuto anticipare, ma i dipendenti sono in arretrato di ben sei mesi».

Il futuro, per questi lavoratori, è ancora incerto e non si conosce ancora quando e quanto loro dovuto verrà opportunamente saldato. E i tempi si fanno inesorabilmente ancora più lunghi.

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