"Rosy lo chiamava P e da lui voleva solo un abbraccio", parla la coppia accusata del pestaggio dell'avvocato Longo

PADOVA. «Rosy non svela mai l’identità delle persone che frequenta. Le chiama sempre con l’iniziale del nome. Quella sera mi ha detto che sarebbe dovuta andare da “P”. Ormai si erano fatte le 22.30. Le ho proposto, ti accompagniamo noi. Chi si aspettava un simile inferno».

Silvia Maran scende dal suo studio di passeggiata del Carmine al termine della prima giornata di rientro al lavoro, dopo la tempesta che ha investito la sua vita. Da commercialista stimata a persona in stato di arresto con accuse gravissime, per l’aggressione messa in atto nei confronti dell’avvocato Piero Longo. Silvia ha un fisico minuto e le occhiaie in volto sono scavate. Ne dà notizia il Mattino di Padova.

Accanto a lei c’è Luca Zanon, suo compagno da circa due anni. Entrambi sono ancora molto tesi, scossi, preoccupati. «La mia vita sta diventando un inferno. Ci ho messo trent’anni a costruire la mia reputazione professionale e ora, in un soffio, rischia di venire spazzato via tutto», dice Silvia stringendosi al fidanzato. «Eccoci qua, le sembriamo due da spedizione punitiva?».

Nel giallo che riguarda il pestaggio dell’ex avvocato di Berlusconi, avvenuto mercoledì sera nell’androne condominiale di un palazzo in riviera Tiso da Camposampiero, due personaggi chiave sono, loro malgrado, anche Silvia e Luca.

Dopol’arresto per lesioni aggravate e rapina, dopo due giorni trascorsi ai domiciliari e una dozzina di ore in Questura, ancora non si capisce cosa ci facessero lì quella sera.

Una commercialista stimata e un maestro di sci di origini trentine che si accaniscono su uno dei penalisti più famosi d’Italia. Perché?

L’amicizia. «Conosco Rosy, facciamo danza insieme», racconta Silvia Maran. «Io le sono sempre stata vicina. Quella sera siamo stati a prendere l’aperitivo in centro, poi siamo tornati a casa. Lei mi ha chiesto di farle i tarocchi, così per scherzare. Poi, a un certo punto, alle dieci e mezza mi dice: io adesso voglio andare da “P”.

Sapevo che da un po’ di tempo aveva qualche problema con questo “P”. La vedevo vulnerabile e mi dispiaceva che si avventurasse da sola, a quell’ora. Così le abbiamo proposto di accompagnarla».

L'abbraccio. C’è un quesito cardine, a cui non è ancora stata data una risposta. Cosa voleva Rosy da questo “P”? «Voleva semplicemente un abbraccio», risponde l’amica, mentre il fidanzato la invita a non entrare nella sfera personale delle altre persone coinvolte nella faccenda.

Rapporto paterno. Altra domanda cardine. Qual è la natura del rapporto che intercorre tra “P” e Rosy? È un rapporto passionale o paterno? Silvia si ferma un attimo a pensare, poi risponde: «Penso più paterno, in questo momento».

Dunque mercoledì sera, intorno alle 22.40, Rosanna Maria Sole Caudullo, Silvia Maran e Luca Zanon si recano tutti e tre davanti a casa di “P”, che poi è Piero Longo. «Ci ha detto di suonare il campanello e di chiedergli di scendere. Ci siamo annunciati come amici di Rosy ma noi ancora non sapevamo che si trattava di Piero Longo. Così abbiamo fatto, gli abbiamo dato comunque del lei. Lui ci ha risposto: “scendo subito”. È stato gentile e disponibile».

Tre spari. E poi cos’è successo? «Apre la porta dell’androne condominiale e subito ci punta addosso la pistola», racconta Luca Zanon. «Mi sono visto l’arma puntata qua, all’altezza del petto. Ha pure sparato».

Come sarebbe a dire? «Ha sparato ma il primo colpo era a salve. Ecco perché, subito dopo, gli siamo saltati addosso. Ci sentivamo in pericolo, temevamo che potesse sparare ancora, come poi ha fatto».

Il pestaggio. Nel video ripreso dalle telecamere di videosorveglianza si vedono i due partire a calci e avanzare. Longo, invece, arretra. Si ritrovano tutti e tre nell’androne, la porta si chiude, Rosanna Caudullo rimane fuori. Nel corpo a corpo partono due colpi di pistola, entrambi ad altezza uomo. Uno perfora la vetrata della porta d’ingresso, l’altro si conficca nel muro a circa un metro d’altezza. «Eravamo sconvolti, abbiamo temuto di morire, per questo abbiamo reagito. La nostra era disperazione».

E adesso? «Adesso noi speriamo che venga fuori la verità, che si chiarisca la nostra posizione. Ma quale spedizione punitiva? Siamo stati noi a chiamare il 113. Chi dopo una spedizione punitiva chiama la polizia?».

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