Lasciate ogni speranza, voi ch'intrate: Dante, ma quanto ci manchi!

Tra una manciata di mesi entreremo nell’anno in cui ricorrono i settecento anni dalla sua morte avvenuta nel 1321. Oggi, più che mai, il poeta fiorentino avrebbe messo in riga politici e chi mortifica la lingua italiana

Lasciate ogni speranza, voi ch’intrate è sicuramente il verso più conosciuto e ripetuto della letteratura italiana. Il suo inventore, che noi chiamiamo abitualmente solo con il nome di battesimo, come fosse uno di famiglia, è Dante Alighieri, colui che ha letteralmente inventato l’Italia attraverso una lingua nuova.

Tra una manciata di mesi entreremo nell’anno in cui ricorrono i settecento anni dalla sua morte avvenuta nel 1321. Le celebrazioni nazionali del Settecentesimo anniversario si sono aperte appena un mese fa a Ravenna, luogo in cui il Sommo poeta morì, alla presenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

“Commemorare Dante”, ha detto Alessandro Masi, segretario generale della Società Dante Alighieri, |”significa rendere omaggio al padre della nostra lingua e ad un caposaldo della letteratura europea e mondiale. Significa anche celebrare il simbolo che racconta al mondo l’Italia, il suo umanesimo e la sua identità fatta di bellezza e accoglienza”.

Ma che cos’è la Commedia Divina oltre ad essere l’invenzione di un mondo che ha dato corpo, personaggi e canti a tutte le peggiori paure e alle più grandi speranze dell’umanità dal Trecento a oggi? E soprattutto chi era Dante, l’uomo dal profilo inconfondibile scolpito da Auguste Rodin con il pugno a sostenere la testa, così come si addice a un pensatore?

Un esiliato, un poeta dissidente, contemporaneo ad ogni epoca, un artista dalla parola lapidaria in grado di rappresentare uomini e donne con gesti, pose e parole scolpite, di inventare personaggi, maledetti ma grandiosi che sono rimasti impigliati nella nostra memoria  e che rappresentano ancora oggi dei tipi, degli archetipi di fierezza, bestialità, saggezza, malvagità.

Severo con i suoi contemporanei, il fiorentino inquieto che denunciò in endecasillabi, politici corrotti, Papi simoniaci, banchieri ladri e tutti coloro che anteposero nel suo tempo l’interesse privato a quello pubblico, si rivolge ancora al lettore  e ci parla del tempo che il destino ci ha dato in sorte.

Cosa avrebbe scritto oggi dei politici che governano il bel Paese, a quale girone li avrebbe condannati come ombre per farli continuare a soffrire, per espiare i peccati? E cosa avrebbe scritto dell’italiano, di questa sua lingua magnifica, banalizzata, soffocata da un diluvio di parole che mistificano, mortificano, anestetizzano la percezione della realtà, che non raccontano più ciò che siamo e pensiamo, che non gettano più un ponte stabile ed efficace con le cose con cui entrano in relazione, ma sono gusci svuotati che non significano più nulla? 

Deposta sulla scrivania la corona d’alloro fustigherebbe senza pietà i cattivi politici e i comunicatori da strapazzo, i giornalisti sciatti e gli intellettuali assopiti. Per i manipolatori della rete e gli inventori di false notizie inventerebbe un nuovo girone. Con accanimento e tenacia si metterebbe al servizio della scrittura per ridare alla lingua la propria potenzialità espressiva, ricondurla alla purezza originaria eliminando le contaminazioni fuorvianti, per farci riscoprire il mondo. Per ricostruire un’idea di noi stessi e di un’umanità, fino a rivedere le stelle.

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