Parla l'esperto: «Il virus è diventato più cattivo, difficile tracciare i contatti»

Roberto Rigoli, “regista” della lotta al Coronavirus in Veneto, mette in guardia sull’epidemia 

UDINE. L’epidemia macina record, sfiora i mille casi giornalieri in Veneto, sgretola certezze: quelle sul “virus più buono”, per esempio, spazzate via da una marea di ricoveri che promette di non ritirarsi a breve. «Sì, questo virus ci sorprende sempre» ammette il dottor Roberto Rigoli, primario di Microbiologia al Ca’ Foncello di Treviso e “regista” della lotta al virus in Veneto.

L’impennata di casi porta in dote le difficoltà di tracciamento: impossibile risalire alla catena di contatti di ogni positivo, «per questo chiediamo responsabilità e collaborazione a tutti» continua Rigoli, che confida anche nella rapida autorizzazione dei test in autosomministrazione, in grado di abbattere i tempi per diagnosi e isolamento.

Professor Rigoli, l’aumento dei contagi dipende solo dall’aumento dei tamponi o l’epidemia corre?

«Sicuramente abbiamo una capacità di diagnosi, a livello di tamponi e test rapidi, che è aumentata moltissimo. Viaggiamo sui 3.500-4.000 test rapidi al giorno solo in provincia di Treviso (14 mila ieri in Veneto), è una media elevatissima rispetto al passato, a marzo si arrivava a 1.500. È indubbio, però, che il virus circoli di più. I ricoveri e i pazienti in rianimazione sono le vere le cartine al tornasole a cui guardare».

Se continua a espandersi la base di positivi, però, è matematico che crescano anche i ricoveri.

«Se aumenta la reale circolazione dei positivi, indipendentemente dai test, può succedere che aumentino anche i pazienti ricoverati. Ma soprattutto, io mi faccio una domanda: anche a luglio trovavamo pazienti ad alta carica virale, eppure non finivano ricoverati. Avevamo ospiti di Rsa con alta carica virale, asintomatici. Oggi con quella stessa carica virale finiscono in ospedale».

E questo perché?

«È cambiato il panorama, e la verità è che non ci sono certezze. Non credo sia dovuto solo a un aumento della circolazione del virus, è qualcosa di legato alla tipologia del virus. Che ci sorprende sempre».

Lei che idea si è fatto?

«Il virus va sequenziato, dobbiamo raccogliere i dati e studiarli. Rimaniamo sulle domande per il momento. Nessuno ora può dare una risposta. In estate avevamo osservato, per esempio, che chi si era infettato con virus proveniente dalla Sardegna manifestava sintomatologia maggiore. Accadeva persino ai giovani».

Quindi la sua ipotesi è che circolino diversi ceppi di virus più o meno aggressivi?

«È un’ipotesi che va studiata. Questa epidemia non è finita. Né in termini di diffusione, né per quanto riguarda il ruolo degli scienziati, che devono continuare a studiare. Quando pensiamo di aver capito tutto, abbiamo già perso».

Crescono i casi, i ricoveri, i pazienti in terapia intensiva. Quando arriveremo al punto di rottura?

«Andiamo giorno per giorno, abbiamo imparato che ci sono dei picchi, ma che poi improvvisamente si fermano. Ogni previsione ha un valore relativo».

Zone rosse e lockdown sono l’unica soluzione, a un certo punto?

«Siamo ancora in una fase in cui il lockdown non è utile, ma vediamo nei prossimi giorni cosa accade. Se applichiamo le semplici precauzioni che abbiamo sempre ripetuto, come mascherina, igiene e distanziamento, abbattiamo moltissimo la circolazione del virus. L’attenzione rispetto a queste indicazioni è inversamente proporzionale al possibile lockdown. Chiaro che in questi giorni, con una fase di forte crescita del contagio, la movida va evitata».

Tracciamento dei contatti: sta saltando il sistema? Come si fa a ricostruire i contatti di mille positivi ogni giorno?

«Il tracciamento si sta appesantendo moltissimo. Qui bisogna puntare alla solidarietà della popolazione. Se riusciremo ad arrivare ai test in autosomministrazione, il cittadino dovrebbe essere così “cooperante” da intervenire in prima persona sul piano della prevenzione».

Con che tempi ci arriveremo?

«Ci arriveremo, stiamo lavorando per questo».

Ci sono motivi per stare sereni?

«No, non ce ne sono. Perché non è possibile fare previsioni». —
 

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