Il cimitero ebraico di Gradisca Sito unico ora motivo di studio

Il Comune finanzia una ricerca degli atenei con professori di Udine e Bologna per la valorizzazione e conservazione del camposanto che risale all’Ottocento 

Luigi Murciano / GRADISCA

La città di Gradisca riannoda i fili della – corposa – presenza ebraica in città. Va vista in quest’ottica la notizia dello stanziamento, da parte dell’assessorato alla Cultura della Fortezza, di un contributo economico straordinario finalizzato alla pubblicazione di un volume intitolato “Il cimitero ebraico di Gradisca d’Isonzo”, risultato di un progetto editoriale di ricerca storica, valorizzazione e conservazione del luogo presentato dall’Accademia Udinese di Scienze Lettere e Arti di Udine. Curatori del progetto sono Maddalena Del Bianco dell’Università di Udine, Mauro Perani dell’Università di Bologna e Pier Cesare Ioly Zorattini dell’Università di Udine. Il volume verrà inserito nella collana dedicata ai cimiteri ebraici italiani “Corpus Epitaphiorum Hebraicorum Italiae” e la pubblicazione sarà curata dall’editrice Giuntina di Firenze in collaborazione con la Deputazione di Storia Patria per il Friuli.


Nuova luce dunque sulle stele di Bet Ha-Chaim, ovvero in ebraico “la casa della vita”, il piccolo cimitero di via dei Campi della cittadina isontina, unica testimonianza (assieme al camposanto di Valdirose e alla sinagoga di Gorizia) della presenza ebraica in provincia. Un luogo dove il tempo sembra davvero potersi fermare. Non solo per il suo placido e misterioso isolamento, immerso nella quiete della campagna gradiscana; ma anche per la particolarità di essere cinto, quasi protetto gelosamente dai vecchi muri di una attempata casa poderale. Quella è, da sempre, la casa dei custodi. Sono loro a schiudere, ormai non molte volte l’anno, quel portoncino che si affaccia su un piccolo atrio come tanti, non fosse per la lapide che ricorda la vicinanza della città alla comunità ebraica.

Raccontano che lì, a suo tempo, un lavabo permetteva ai visitatori di purificarsi prima di accedere al luogo sacro. Sono i primi dell’800 quando la comunità ebraica di Gradisca, reduce da 30 anni di ghettizzazione, ottiene di poter seppellire in città i propri morti. La tradizione vuole che un primo cimitero ebraico sorgesse a ridosso delle mura della Fortezza, ma l’ipotesi mai è stata suffragata. Più probabile invece che alcune famiglie portassero i propri cari a riposare a Valdirose. Guardati con diffidenza dagli Asburgo e poco in sintonia pure con le genti della Bruma, le famiglie ebraiche infine ottennero un fondo di quattro terreni: 340 klafter, poco meno di 2 mila metri quadrati, valutato complessivamente 200 fiorini. Da allora è proprietà della Comunità Israelitica, prima quella di Gorizia e oggi quella di Trieste. Numerosi sono i Morpurgo, i Prister, i Luzzatto. E poi Feigenbaum, Berger, Levi, Basevi, Schiff. Per tutte, niente fiori: solo pietre, tradizione che è un retaggio dei tempi in cui, nomadi nel deserto, gli ebrei apponevano delle pietre sulle sepolture per evitare che la sabbia fosse portata via dal vento. —

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Arrosto di maiale con funghi e castagne

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi