Quando al posto delle parole sono le immagini e i silenzi a raccontare il nostro Friuli

UDINE. Che fare se in uno dei punti cruciali della tappa, mentre sui tornanti tormentati del Monte di Ragogna si combatte a suon di pedalate disperate, dagli schermi Rai cominciano a raccontarvi una storia molto pulp, che «riguarda queste zone», ovvero quella delle Indemoniate di Verzegnis? Non portereste anche voi un bell’atlante a Fabio Genovesi, a cui è stato affidato l’ingrato compito di raccontare al mondo (e a noi) che cosa sia il frico, prendendo nel contempo le distanze dal divin prosciutto e affermando che «il cittadino codroipese più famoso al mondo è Moira Orfei»?

Io glielo vorrei dire a quelli della Rai e pure all’esagitato Magrini di Eurosport che a volte bastano le immagini per capire tutto della bicicletta. Vedi cadere Viviani, lo vedi starsene a terra sconsolato e dolorante. È un attimo. É subito in sella a pedalare per raggiungere il gruppo che non aspetta. Poi vedi un tal Capecchi che fora, si affianca al guardrail rabbioso fino a quando non gli si avvicina una sorta di prestigiatore: gira due viti, sposta un bullone, rimette la ruota nuova al posto di quella sgonfia e sfinita. Cinque secondi e la magia è fatta. Capecchi parte anche lui all’inseguimento.


In bicicletta prima poi si cade e prima o poi si fora, ma se te ne resti lì a imprecare sulla sfortuna e sui dolori, sei finito. Devi rialzarti e ripartire. Esattamente come nella vita. Basterebbero solamente le immagini a raccontare il Friuli, paradiso della bicicletta, luogo magico e incantato attraversato da percorsi capaci di mescolare paesaggi incredibili, nascondigli dimenticati, luoghi solitari, salite che ti aspettano in cima per dirti con il brontolio di un temporale o con l’occhiolino di un sole sgargiante: «Bravo ce l’hai fatta». Basterebbero le immagini mozzafiato del Tagliamento per capire che questo è un fiume unico che non si può ammazzare a colpi di cemento.

Poi purtroppo arrivano anche le parole. Una volta c’erano quelle meravigliose di Mario Ferretti, di Bruno Raschi, di Dino Buzzati. Adesso ti tocca sentire Sgarbozza sostenere che sul Monte di Ragogna le pendenze non superano il 10%! O Andrea De Luca diffondere la notizia che Cividale è una cittadina di dodici milioni di abitanti! E nonostante gli interventi di supporto del friulano Michele Merlino pronto a svelare l’arcano del monte Spig (Castelmonte, suvvia!) le storpiature sono inevitabili nel nominare Sèquals o l’immancabile Frìuli pronunciato da un improbabile signore, che la Rai è riuscita a trasformare da campione meraviglioso per eleganza in “Bugno mugugno”, un commentatore di cui non sempre riesci a capire le parole che snocciola con un tono così depresso che ti vien voglia di dirgli: «Su dai coraggio».

Soprattutto quando ci propone banalità sconcertanti: «Adesso i 28 fuggitivi sulla seconda salita cercheranno di non farsi raggiungere». Ma va? Chi l’avrebbe mai detto? Intanto Matteo Fabbro prova a non farsi staccare; i telecronisti non colgono proprio lo sforzo disperato di un piccolo ciclista che la notte scorsa ha sognato di arrivare a casa sua con le braccia alzate. A farlo sarà uno sloveno con un nome che sa di roccia come la sua coraggiosa tenacia. Sul traguardo Tratnik piange, Matteo saluta il pubblico commosso e a me viene in mente Alessandra “mitraglia” De Stefano, che nel suo odierno Diario di bordo ha smesso di pronunciare parole a raffica per regalarci la sincera commozione che l’ha colta presso la tomba di Pasolini.

Ecco: se c’è la letteratura le parole vanno bene. Altrimenti forse bastano davvero solo le immagini.

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