Palestre e piscine con il fiato sospeso: hanno perso iscritti e il Dpcm ha confuso i clienti

Parlano le referenti regionali delle strutture: la settimana data dal Dpcm ha confuso la clientela. «Ci siamo già adeguati»

UDINE. Una settimana di tempo per adeguarsi ai protocolli di sicurezza. «Come non li avessimo rispettati fin qui», è il commento amaro di tanti gestori di palestre e piscine all’ultimatum lanciato in conferenza stampa domenica dal presidente del consiglio che un effetto l’hanno già avuto: molte persone, potendo scegliere, in palestra e piscina questa settimana non ci sono andate.

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Gli operatori sono sul piede di guerra. Molte strutture non hanno retto all’urto del primo lockdown, una seconda chiusura significherebbe altre chiusure, altri posti di lavoro persi. In breve: sarebbe insostenibile. Lo confermano le referenti regionali delle strutture. Martina Gratton, direttrice della piscina comunale di Gorizia, è «indignata». «Assurdo – afferma – additarci come untori visto che non ci sono evidenze scientifiche a supporto di questa tesi. Il danno d’immagine causato dalle parole del premier è stato forte. Dei pochi iscritti che ci rimangono, almeno il 50% si è chiesto a inizio settimana se venire o meno, hanno chiamato e alla fine non sono venuti».

Ma le piscine sono soprattutto scuole nuoto. Hanno bisogno di programmare. Di raccogliere iscrizioni. Impossibile farlo con regole che cambiano ogni settimana. «Prima la programmazione si faceva sui tre mesi, ora la facciamo mensile, ma giornaliera non si può – denuncia ancora Gratton –. Viviamo come sul bordo del dirupo, senza sapere se domani ci saremo ancora».



Intanto le spese lievitano. A Gorizia la società che gestisce la piscina ha speso 38 mila euro tra adeguamenti strutturali e presidi sanitari a fronte di uno spazio dimezzato: «Dove prima nuotavano fino a 15 persone per corsia, oggi ce ne sono al massimo 7. Se prima entravano 600 persone al giorno, oggi non superiamo le 250. Per contro abbiamo assunto, dove c’era una persona sola oggi ce ne sono solo due, in servizio dalle 6 del mattino alle 23. Per gestire le sanificazioni, la cassa e gli abbonamenti che consentiamo di fare anche al telefono non si poteva fare diversamente».

Non va meglio nelle palestre dove si respira la medesima preoccupazione. «Abbiamo rispettato le linee guida dall’inizio e le abbiamo fatte rispettare. Abbiamo fatto investimenti importanti. Le minacce del Governo non hanno ragion d’essere», afferma Federica Pisu, titolare della palestra Vitality Dance and Fitness di Fagagna. Anche lei ha messo in atto tutte le misure di contenimento possibili.



«Prima la palestra era un continuo viavai, tanto gente entrava, usciva, le sale erano piene. Ora le presenze sono più che dimezzate». Chiudere nuovamente? Impensabile per Federica. «Significherebbe farci chiudere. Ci siamo fermati per oltre due mesi e non possiamo farlo ancora. Con 600 euro non ci pago nemmeno il mutuo che è di 800. Se ci fermano avremo tantissime persone senza stipendio e toglieremo ancora una volta questo spazio di salute e di sfogo alle persone e ai bambini, che hanno bisogno di muoversi. A dispetto di quanto si va dicendo – conclude Pisu – le palestre sono luoghi sicuri, anzi, bisognerebbe stimolare le persone ad andarci, perché chi sta bene fisicamente e psicologicamente è meno predisposto ad ammalarsi».

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