Bar e ristoranti contro le misure imposte dal governo: «Scelte assurde»

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UDINE. Si ritengono traditi, colpiti alle spalle. Sentono improvvisamente farsi inutili gli sforzi inanellati in questi mesi per tenere alzate le saracinesche, garantendo le misure di sicurezza imposte dal Governo.

Da quello stesso Governo che, sordo alle proposte più morbide delle Regioni, ha optato per la linea dura: da lunedì 26 ottobre bar e ristoranti chiuderanno alle 18, «che significa soprattutto per le attività di ristorazione perdere il 70 per cento del lavoro», analizza Antonio Dalla Mora, presidente provinciale udinese della federazione che in capo a Confcommercio raduna i titolari dei pubblici esercizi.

LE MISURE DEL NUOVO DPCM

  • Le attività dei servizi di ristorazione (bar, pub, ristoranti, gelaterie, pasticcerie) sono consentite dalle 5 fino alle 18
  • Resta invece consentita senza limiti di orario la ristorazione negli alberghi e in altre strutture ricettive limitatamente ai propri clienti
  • Il consumo al tavolo è consentito per un massimo di quattro persone per tavolo, salvo che siano tutti conviventi
  • Resta sempre consentita la ristorazione con consegna a domicilio nel rispetto delle norme igienico-sanitarie sia per l’attività di confezionamento che di trasporto, nonché fino alle 24.00 la ristorazione con asporto, con divieto di consumazione sul posto o nelle adiacenze
  • Restano aperti gli esercizi di somministrazione di alimenti e bevande siti nelle aree di servizio e rifornimento carburante situate lungo le autostrade, negli ospedali e negli aeropor- ti, con obbligo di assicurare in ogni caso il rispetto della distanza interpersonale di almeno un metro
  • Sono consentite le attività delle mense e del catering continuativo su base contrattuale, che garantiscono la distanza di sicurezza interpersonale di almeno un metro


«È inspiegabile l’accanimento contro una categoria che fin dall’inizio si è adoperata per rispettare e far rispettare le disposizione su protezioni individuali e distanziamento. I locali hanno riaperto a maggio e fino a settembre l’andamento epidemiologico non ha fatto segnare balzi di rilievo: evidentemente il problema è altrove», evidenzia Dalla Mora, riferendosi evidentemente alla ripresa dell’attività scolastica e ai problemi legati al trasporto pubblico e agli assembramenti all’esterno degli istituti.



La chiusura parziale delle attività rischia così di costituire il colpo di grazia per tanti esercenti: «In Friuli va meglio che altrove, ma è facile prevedere che se le restrizioni dovessero essere prorogate un esercizio su tre faticherà ad arrivare al prossimo anno. E i ristori annunciati rischiano di essere pannicelli caldi: il Governo inizi a liquidare le cig ancora non arrivate», spiega il presidente della Fipe udinese.



Le preoccupazioni sono condivise anche oltre il Tagliamento. «Ci sono rammarico, delusione e lacrime – esordisce Fabio Cadamuro della Fipe di Pordenone –. La verità è che temiamo la chiusura totale, temiamo di non vedere un centesimo dei ristori già promessi dal Governo. Abbiamo seguito alla lettera i protocolli, modificato i layout dei locali, stretto i denti molto più di tante altre categorie: ora ci fanno chiudere, mettendo a repentaglio il futuro di tantissime attività».



Il programmato aumento della quota di lavoratori da destinare allo smart working rischia di rendere vana o poco più l’apertura dei ristoranti a pranzo: «Con i dipendenti che non escono da casa per lavorare perdiamo anche colazioni e pranzi.

Di fatto, peraltro, a Pordenone viviamo un clima da lockdown psicologico da oltre due settimane, che ha già impattato duramente sui conti dei locali pubblici», conclude Cadamuro. Mercoledì alle 11 gli iscritti alla Fipe si troveranno in piazza Unità, a Trieste, «per una manifestazione pacifica e silenziosa contro un Governo in cui non ci riconosciamo», annuncia Dalla Mora.



«La chiusura alle 18 dei pubblici esercizi e della ristorazione, situazioni in cui, con il rispetto delle regole che vengono applicate rigorosamente dalla grandissima parte degli imprenditori, il contagio non si è diffuso, è una soluzione che non tiene conto della realtà – sottolinea il vicepresidente nazionale e presidente di Confcommercio Fvg, Giovanni Da Pozzo. –. La diffusione del virus si è infatti manifestata con la riapertura delle scuole e la non regolarizzazione dei trasporti.

Queste decisioni vanno a colpire nuovamente chi, nella prima fase dell’emergenza, ha già sofferto danni incalcolabili, rientrati solo in minima parte. È un nuovo choc lavorativo per tante famiglie e l’inizio di un periodo di drammatica incertezza e di una crisi che può essere senza ritorno».

Da Pozzo aggiunge: «Comprendiamo le esigenze di frenare la seconda ondata della pandemia, perché la salute è il bene primario. Ma queste decisioni vanno a colpire nuovamente chi, nella prima fase dell’emergenza, ha già sofferto danni incalcolabili, rientrati solo in minima parte. È un nuovo choc lavorativo per tante famiglie e l’inizio di un periodo di drammatica incertezza e di una crisi che può essere senza ritorno».

Il presidente di Confcommercio Fvg conclude sottolineando che «la rappresentazione è sempre quella di un Paese in totale confusione e in continuo contrasto politico, fino a scaricare i problemi sulle parti sociali più deboli, piccole imprese e lavoratori, con l’aggiunta di un condizionamento mai visto di una parte di esperti che da troppo tempo si contraddicono, dicendo tutto e il contrario di tutto».

Duro anche Alberto Marchiori, presidente della Confcommercio di Pordenone: «Chiudere queste attività alle 18 e fino alle 5 del mattino significa arrecare un danno economico inconfutabile e difficile da quantificare, dopo quello che già registrato nei mesi scorsi. Vuol dire far chiudere imprese, lasciare a casa gente, creare problemi al sistema delle locazioni, arrecare un danno sociale perché questi sono luoghi di socializzazione dove il rischio del contagio è stato contenuto: sono i trasporti ad avere il problema della contaminazione».

«Le categorie che rappresentiamo – punge Marchiori – sono considerate l’anima dell’evasione fiscale. Invece i fatti hanno dimostrato che non è così: a questo si aggiunge il fatto che noi siamo gli untori, quelli che trasmettono il virus. Questa è un’ingiustizia che grida vendetta al cospetto di Dio.

A questa categoria si aggiungono le altre, quelle su cui abbiamo preso posizione da tempo, mi riferisco alle palestre, luogo dove la gente va a ritemprare il fisico. Anche qui si chiude. Le nostre realtà hanno dimostrato rigore nel rispetto dei protocolli, ma vengono chiuse. Io penso che i tecnici che hanno consigliato il Governo non sono attendibili: questo conferma che ci governa, in condizioni di normalità, non potrebbe amministrare nemmeno un'assemblea di condominio».

«Ritengo che il nuovo Dpcm si accanisca contro una categoria che ha già abbondantemente pagato il dazio di un lockdown durato ben tre mesi. Bar e ristoranti solo ora stavano cominciando, lentamente, a rialzarsi, e adesso ricevono l’ennesimo schiaffo», ha commentato infine Marco Zoratti, vicepresidente di Confesercenti Fvg. —

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