Coronavirus tra "quasi verità" e complotti: ecco cosa pensano e come funziona la mente dei negazionisti

Il complottismo “medio”, in alcuni casi ancora timido e titubante, ma pronto a spiccare il volo nelle echo chamber della rete, comincia a fare massa. Ma le ragioni sono tre e di mezzo c'è anche la babele del discorso politico/scientifico sulla crisi Covid

Il ritorno (previsto) dei contagi da coronavirus - e con essi dei ricoveri e dei decessi - non sembra attenuare l’attivismo in rete dei cosiddetti negazionisti e/o complottisti. Del resto anche questo, se non previsto, era prevedibile. Perché non sarà certo la realtà dei fatti ad averla vinta su radicate attitudini psicologiche e culturali che se hanno trovato nel “tema Covid” un terreno di coltura ideale per dispiegarsi, ne avevano già trovati e ne troveranno molti altri.

Quello che sembra più interessante, e in qualche modo politicamente rilevante in prospettiva, non è tanto il negazionismo/complottismo radicale degli adepti di QAnon o altre sette analoghe. Meglio lasciare la parola agli specialisti nella diagnosi e cura di psicosi e deliri gravi, in questo caso.

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È piuttosto il complottismo “medio”, in alcuni casi ancora timido e titubante, ma pronto a spiccare il volo nelle echo chamber della rete, che comincia a fare massa. Con ovvi effetti sulla gestione della crisi.
Dovremmo allora interrogarci sulle ragioni di questo congedo dalla ragione e dalla ragionevolezza. Trovare una chiave per entrare nella mente del negazionista/complottista della porta accanto. E possibilmente farlo senza brandire subito l’arma dello stigma, ma a partire dalle sue “ragioni”.

La prima ragione di carattere generale (ma è più un’attenuante) risiede forse nel carattere “iperoggettivo” della pandemia. Gli iperoggetti - secondo l’intuizione del filosofo Timothy Morton - sono “entità di una tale dimensione spaziale e temporale da incrinare la nostra stessa idea di cosa un oggetto sia”. In altre parole sono fenomeni, come la pandemia e il cambiamento climatico, che eccedono la nostra capacità di comprensione e mettono tanto più in crisi la nostra possibilità di risposta quanto meno siamo attrezzati culturalmente. Facendoci imboccare la via breve “cospirazionista”, come spiegò in altro contesto Umberto Eco in una delle sue ultime lectio, nel 2015.

La forza dei complottismi - sosteneva Eco - sta nella loro non-falsicabilità, nella loro parentela stretta con le verità rivelate che richiedono atti di fede, piuttosto che sforzi di ragione. Si tratta insomma di teorie che suppliscono alla complessità del reale con la logica della fiction, assolvendoci da ogni responsabilità.

La seconda ragione, più inerente alle specifiche circostanze che stiamo attraversando, si può individuare nella babele del discorso politico/scientifico sulla crisi Covid. Un sommarsi frammentario e spesso contraddittorio che denuncia in modo plateale l’assenza di una classe dirigente all’altezza dello snodo epocale.

La terza chiama in causa noi giornalisti dei media “tradizionali”, in alcuni casi troppo inclini alla spettacolarizzazione e drammatizzazione, anche in una circostanza che richiederebbe un maggiore sforzo per vedere la foresta invece dell’albero da cui pendono i frutti di giornata sotto forma di numeri e casi non sempre significativi.

Il gioco complottista
Avrebbe buon gioco, il complottista della porta accanto, se esercitasse un pensiero critico, magari partendo dalla cornice dentro la quale azioni e reazioni nella crisi pandemica giocano la loro partita. La cornice di società, e culture, fortemente medicalizzate. Offrirebbe, a se stesso e a chi lo ascolta, un contributo di riflessione se mettesse in discussione la proporzionalità delle misure protettive anti Covid rispetto ad altre protezioni (dal rischio economico, da altre patologie...). A quel punto, però, non sarebbe più negazionista/complottista, ma vettore di un pensiero critico, piuttosto che “alternativo”, dove la parola alternativo designa un universo fatto di false informazioni, interpretazioni truffaldine o stupide nel migliore dei casi, diffuse da schiere di autocandidati al Nobel e ciarlatani vari alla guida di siti di “informazione” che dicono la “Verità”, ovvero “quello che il Sistema vi nasconde”.


No, non è il pensiero critico la bussola del complottista. Nella sua mente non ci sono sfumature, gradi di comprensione. C’è invece una “Invincibile Armada” di verità che sono altrettante vie di fuga dalla complessità del mondo poggiando sulla triade “io so”, “loro mentono”, “io sono libero”. C’è un desiderio di dare “la sveglia” al mondo vittima di un Grande (quanto indefinito) Sistema. C’è insomma il punto in cui una predisposizione vagamente paranoica trova il suo habitat ideale nel sapere “orizzontale” della rete.

«Nel negazionismo “soft” o “moderato” ritroviamo nei fatti l’ultima manifestazione della nostra età della disintermediazione, quella in cui l’orizzontalizzazione assoluta - per cui si dubita degli specialisti, dei tecnici e degli esperti - si mescola con la diffidenza rivendicata sulla base dell’equazione scetticismo=libertà», osserva il sociologo Massimiliano Panarari, autore di un recente saggio acuto e provocatorio fin dal titolo: “Uno non vale uno”.

Panarari non parla del negazionismo “hard”. Ma dell’idea che, “di fronte al gregge degli altri”, che si fida della scienza e delle autorità, ci di debba chiamare fuori. .Ed è in queste certezze che la mente del complottista/negazionista implode nell’opposto di ciò che rivendica: un pensiero critico.

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