Piscina chiusa per Covid, 57 dipendenti a casa senza compenso

TAVAGNACCO. Hanno subito il lockdown senza fiatare. Sono riusciti a passare sopra i ritardi nel via libera alla riapertura. Ora, però, dopo aver rivoluzionato gli spazi interni degli impianti per limitare al massimo il rischio di contagio, non riescono proprio ad accettare l’ultimo Decreto del presidente del Consiglio dei ministri, quello che sancisce la nuova chiusura delle piscine.

In Friuli a farsi portavoce dell’amarezza degli addetti ai lavori è l’impianto di Tavagnacco, che ha pubblicato sulla sua pagina Facebook un lungo testo per denunciare tutte le difficoltà del caso. A rischio, tra dipendenti diretti, collaboratori e indotto, ci sono 57 posti di lavoro. «Da lunedì 26 staranno a casa senza compenso», anticipa il gestore, Massimiliano Panipucci. 

«Abbiamo aperto, primi fra tutti, il 25 maggio scorso – ricorda – dimostrando di saper applicare tutti i protocolli che ci sono stati dati: quelli della Presidenza del Consiglio, quelli della Regione Fvg, quelli delle federazioni sportive.

 Abbiamo sostenuto tutti i costi per dare quotidianamente pulizia, disinfezione e sanificazione in sicurezza. Siamo stati costretti a ridurre il numero di presenze interne all'impianto e ci siamo accollati le maggiori spese. Non ci sono mai state notizie di focolai nati nei centri sportivi. Eppure – sottolinea – ecco l'ennesimo Dpcm che smentisce quello di 6 giorni prima, che a sua volta aggiornava quello di 3 giorni fa e che ci obbliga alla chiusura». 

In effetti l’impressione, frequentando gli impianti natatori friulani, non era certamente quella di un menefreghismo rispetto alle restrizioni anti Covid. Non solo per l’obbligo di lasciare tutti i dati personali all’ingresso, da utilizzare in caso di tracciamento, ma anche per la continua sanificazione degli spazi oltre che per il rispetto nell’indossare la mascherina fino a bordo vasca.

«Il problema per noi – prosegue Panipucci – è che non sarà fattibile una riapertura il 24 novembre ma, se tutto andrà bene, si andrà a dopo l’Epifania. I nostri impianti sono come gli altiforni: una volta rimasti spenti per due mesi i costi per riattivarli sono enormi (tra acqua filtri e riscaldamento) e i tempi non sono immediati. Ci stanno piegando... ma nessuno pensi che ci spezzeremo».  

 

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