"Costretti a chiudere e penalizzati nonostante mesi di sacrifici". Così i ristoratori e i baristi friulani sfidano il semi-lockdown

C'è chi rinuncerà al giorno di riposo e chi taglierà il meno possibile per non penalizzare i dipendenti. "Chiediamo l'intervento della Regione, ci sentiamo messi in ginocchio"

UDINE. La parola più utilizzata non si può ripetere. E’ un sinonimo colorito di arrabbiatura, mettiamola così. C’è amarezza, tanta. E preoccupazione per i dipendenti. I ristoratori friulani preparano con questo stato d’animo la seconda stretta, con le cene che saltano e le incognite legate al futuro: “Non credo che il 24 novembre ci sarà il liberi tutti, temo piuttosto ulteriori restrizioni”, commenta Zhutaj Bledar, che gestisce il ristorante giapponese Banshi di via Poscolle a Udine.

✉ CORONAVIRUS, ISCRIVITI ALLA NOSTRA NEWSLETTER PER RICEVERE IL PUNTO DELLA SETTIMANA

Edoardo Marini, storico albergatore, ha fatto affiggere fuori dal suo Là di Moret uno striscione dai contenuti inequivocabili: “Italia: Repubblica fondata sul lavoro. Lasciateci lavorare”. Tra i ristoranti c’è chi ha già deciso di rimodulare la propria offerta, potenziando le consegne a domicilio e chi è pronto a rinunciare al giorno di riposo, pur di accontentare la clientela e cercare di approfittare degli spazi di manovra che il Dpcm del 25 ottobre lascia agli imprenditori. Quindi il core business diventano i pranzi, con un occhio di riguardo al delivery.

VITELLO D'ORO

“Dobbiamo cercare di inventarci qualcosa, non ci sono alternative”, spiega lo chef Max Sabinot. “Abbiamo scelto di tenere aperto tutti i giorni a pranzo, riconvertendo moltissime prenotazioni – racconta -. I clienti si sono adattati, hanno scelto di spostare i pasti dalle cene ai pranzi: la speranza è che, finita quella che speriamo possa essere solo una parentesi, gli avventori rispondano subito con entusiasmo, tornando a consumare nei ristoranti”. Il Vitello d’Oro conta attualmente dieci dipendenti, una struttura “sovradimensionata se il servizio si limita ai pranzi – rileva Sabinot -. Probabilmente ricorreremo alla cassa integrazione per i nostri collaboratori, non ci sono altre vie d’uscita”.  Gli spazi di via Valvason, piuttosto ampi, hanno permesso in questi mesi di non flettere in maniera eccessiva il numero di coperti a disposizione: “Ne abbiamo una settantina: rispettavamo già una certa distanza tra i tavoli, così ci siamo limitati a toglierne quattro all’interno e sei all’esterno”. L’attenzione è ora rivolta alle istituzioni regionali: “A maggio il presidente Massimiliano Fedriga ci aveva supportato, riuscendo a rimodulare le iniziali pretese contenute nei protocolli dell’Inail sul distanziamento: speriamo che anche ora voglia prendere le nostre parti”, conclude Sabinot.

AL VECCHIO STALLO

La squadra dell'Antico Stallo. Al centro, Maurizio Mancini

Amaro Maurizio Mancini, che gestisce una delle storiche osterie udinesi. Al Vecchio Stallo, in via Viola, è il tempio delle tradizioni gastronomiche friulane. “Stavamo ingranando: è da un mese che lavoravamo a un ritmo comparabile a quello pre-Covid – spiega il titolare -. La gente aveva iniziato ad avere meno paura, stavamo riassorbendo i dipendenti: avevamo due cuoche e una cameriera, oltre a me e mia nipote Vittoria. Adesso una cuoca è sufficiente, per gli altri si apriranno le porte della cassa integrazione: è evidente che così, assieme a noi, ci rimette anche lo Stato”. Mancini ha scelto di rimanere aperto solo a pranzo, dalle 11 alle 15, mantenendo il mercoledì come turno di chiusura. “Ma è evidente che il problema non sono ristoranti, pasticcerie, palestre: ci sono i bus stracolmi, i trasporti insufficienti che sicuramente hanno contribuito a far circolare il virus”.

BANSHI
Zhutaj Bledar (a destra) con un collaboratore

Zhutaj Bledar gestisce tre ristoranti giapponesi a Udine, Palmanova e Pordenone. In tutto ha a libro paga una trentina di dipendenti, che punta a non mandare in cassa integrazione: “Anche se guardiamo con preoccupazione ai prossimi mesi, alle prime settimane del nuovo anno: non è detto che i clienti rispondano come dopo la prima ondata, perché ci saranno risvolti ancor più pesanti sotto il profilo economico”, spiega l’imprenditore. “Siamo delusi per quel che è successo: il mondo della ristorazione ha investito per mascherine, plexiglass, gel igienizzante, riducendo i coperti e formando il personale. In Friuli, sfido chiunque a dire il contrario, è stato fatto un ottimo lavoro: non possiamo accettare di essere considerati la causa dell’aumento dei contagi”. Anche per questo e per canalizzare le iniziative di protesta Bledar sta pensando di dare vita a un’associazione dei ristoratori friulani, “per decidere assieme come muoverci”. Intanto con il proprio staff si sta organizzando per alternare l’attività dei pranzi alle cene rigorosamente a domicilio.

AI CELTI
Lo staff del ristorante Ai Celti

“Sono nera, non possiamo accettare questo trattamento”, sillaba Marinella Ferigo, padrona di casa al ristorante Ai Celti di Gemona e presidente regionale della Federazione italiana dei cuochi. “Ci stanno mettendo in ginocchio, lo scriva: e mi chiedo anche cosa stia concretamente facendo Fedriga per tutelare le attività produttive. Onestamente sarei tentata di trasgredire e tenere aperto, come segnale di dissenso: ma chi mi viene dietro? La protesta del singolo serve a poco e nulla”. Ferigo spiega di non lottare per il proprio interesse: “Ho 63 anni, potrei chiudere domani e godermi la pensione. Ma ho tre dipendenti che con lo stipendio che si guadagnano qui vivono e mantengono le rispettive famiglie”, spiega l’imprenditrice.

LA’ DI MORET
Il team del Là di Moret: a destra il titolare, Edoardo Marini

Centro benessere chiuso, bar che si ferma alle 18. E il ristorante che resterà aperto solo per i clienti dell’albergo. Edoardo Marini, titolare del Là di Moret di Tricesimo, riorganizzerà così l’attività alla luce dei dettami del nuovo Dpcm, mantenendo l’attività ristorativa a pieno regime per gli ospiti dell’hotel: “Garantiremo il menu completo ai nostri clienti, compresi i menu degustazione: non è uno sforzo, ma un vero e proprio salasso – spiega l’albergatore -. Più che altro è un modo per lanciare un segnale, anche perché vorrei evitare di mandare nuovamente in cassa integrazione i dipendenti: anche perché molti stanno ancora aspettando la mensilità di maggio”. Per Marini, chiudere un ristorante alle 18 significa “tagliare il 70 per cento del fatturato: abbiamo sanificato, lavorato con le mascherine. Siamo sicuri che il problema siano i ristoranti? La sensazione è che questo sia un lockdown nascosto, dati i mille vincoli”.

FRANCESCO DALLE CRODE
«Alle 18 sarò regolarmente dietro al bancone. Aprirò, costi quel che costi: accetterò la sanzione e anche l’eventuale provvedimento di chiusura del locale».Francesco Dalle Crode, 38 anni, gestisce tre hamburgerie (ribattezzate King Pub) tra Lignano, Latisana e Pordenone. La prima ad aver aperto, tre anni fa, è proprio quella della località balneare, che oggi sarà teatro della protesta di un imprenditore «che intende difendere gli interessi della propria azienda e il mio sacrosanto diritto a lavorare». Leggi qui la sua storia.

L'ANGOLO DELLE SPECIALITA'


Vuole fare sentire la sua voce. Con equilibrio, serietà, rispetto. La voce di chi da 18 anni gestisce una enoteca in centro a Codroipo. Di chi ha superato il lockdown, ha riaperto, ha rispettato tutte le regole e ora si trova a dover chiudere la propria attività “proprio quando noi iniziamo a lavorare, all’ora dell’aperitivo”. C’è indignazione nelle parole di Elisa Degano, 43 anni, titolare dell’Angolo delle specialità in via Piave. Che ha deciso di promuovere una manifestazione mercoledì 28 ottobre alle 18 in piazza Garibaldi. Lei, assieme ad alcuni rappresentanti delle palestre, della ristorazione, delle agenzie viaggi, del mondo della cultura, si siederanno per terra. “Io ci sarò – afferma – rispettando con una tovaglietta e i calici rovesciati come simbolo della nostra protesta. Il Friuli non merita questo trattamento, non lo meritiamo noi esercenti che ci siamo impegnati a far rispettare le regole anche se non è stato facile mandare via i clienti, far rispettare le distanze o dire loro di indossare la mascherina. Chiediamo che vengano multati i locali che le norme non le rispettano, di aumentare i controlli, ma di lascarci lavorare”. Qui il suo appello.

 

Focaccia integrale alla farina di lenticchie

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi