L'Italia come Londra: quando la Peste costrinse alla chiusura il Globe e Shakespeare finì in lockdown

Come finisce questa storia lo sappiamo. Finisce male. E allora siamo seri, per una volta. Quelli del settore che “ci fa tanto divertire”, hanno preso seicento euro per tre mesi, poi basta. Ancora una volta, per la seconda volta, migliaia di lavoratori non riusciranno a sostenere se stessi e le loro famiglie

Londra, 1609. Nella città i topi banchettano. E la peste fa strage. Chiude i portoni il Globe Theatre. Si cancellano gli spettacoli. Allo stesso modo gli altri teatri londinesi a cielo aperto chiudono i battenti. Sulla cima del Globe, sventola una bandiera “totus mundus agit histrionem” (tutto il mondo è una farsa).

Per evitare il contagio, si chiude pure il teatro coperto di Blackfriars, che la compagnia dei Lord Chamberlain’s Men ha preso in affitto da poco, nel mese di agosto del 1608, per gli spettacoli invernali. Gli attori sono costretti alla quarantena.

Troppo pericoloso il teatro. C’è il rischio di infettarsi. Anche William Shakespeare, azionista e regista (nonché attore secondario) della compagnia dei Lord Chamberlain’s Men è lontano dalle scene e in “lockdown” scrive i Sonetti. Non ci è dato sapere come sbarcasse il lunario lui, il drammaturgo più in voga del tempo. Risulta alle cronache che di tanto in tanto, per sopravvivere tra una chiusura e l’altra, fosse dedito al bracconaggio. Come dargli torto.

Italia 2020, 26 ottobre. Teatri e cinema chiudono di nuovo. Il presidente del consiglio firma il nuovo dpcm. Teatri, cinema, sale bingo, palestre, discoteche, piscine: tutti uguali. Il ministro Franceschini promette addolorato aiuti, “lavoreremo perché la chiusura sia più breve possibile e più dei mesi passati sosterremo le imprese e i lavoratori della cultura”. Il vantaggio delle cose che non sono mai accadute prima è che non si sa come andranno a finire.

Ma questa è la seconda serrata. Come finisce questa storia lo sappiamo. Finisce male. E allora siamo seri, per una volta. Quelli del settore che “ci fa tanto divertire” e neanche tutti, hanno preso seicento euro per tre mesi, poi basta. E quando un teatro riapre, raramente le maestranze ricominciano da dove avevano lasciato. Spesso passano mesi prima che davvero ricomincino a lavorare.

A partire da giugno i teatri e le sale cinematografiche hanno acquistato termoscanner, dispositivi, gel disinfettanti, divisori. Hanno tracciato posti a sedere, creato ingressi separati, sanificato, segnato nomi, cognomi e indirizzi, ribaltato piantine, richiamato spettacoli nel vano tentativo di far recuperare quanto perduto. Gli artisti si sono inventati modi nuovi di andare in scena, tenendo le distanze, snaturando il proprio lavoro, con i posti ridotti della metà e poi di un terzo nelle regioni più fortunate, come la nostra, duecento posti al chiuso nelle altre regioni, qualunque fosse la capienza.

Quest’estate il pubblico educato del cinema e del teatro si è messo in fila, si è seduto senza togliere mai la mascherina, anche all’aperto, un posto si e due no. Tutti in una sorta di muto patto. Noi ci siamo, hanno detto attori, tecnici, direttori di teatri, facce tirate di chi è abituato a fare la conta, noi ci siamo hanno detto gli spettatori, perché non si vive solo per lavorare, ma lavorare è un diritto, così come la salute. Cosa abbiano fatto ai piani alti mentre un’umanità silenziosa e obbediente di musicisti, attori, scenografi, tecnici, registi, sarti, impiegati, contava i sopravvissuti e curava le ferite, rimandava visite e spese non necessarie, chiedeva ai familiari aiuto o semplicemente dava fondo ai propri risparmi se li aveva, non è dato saperlo, anche se sarebbe un nostro diritto.

Perché esattamente come a febbraio non ci sono abbastanza letti, medici, tecnici, infermieri, tamponi, vaccini, autobus, aule, professori, bidelli. Con questo nuovo provvedimento la sopravvivenza economica e psicologica di un’intera categoria di lavoratori che a questo Paese continua a pagare le tasse, rateizzate quanto inesorabili, tocca il fondo. Migliaia di lavoratori non riusciranno a sostenere se stessi e le loro famiglie.

“Totus mundus agit histrionem”, altro che “andrà tutto bene”. E comunque non dovremmo essere noi a proteggere il sistema sanitario. È il sistema sanitario che deve proteggerci.

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