A Udine si riorganizza il pronto soccorso Covid: spazi per curare fino a 26 pazienti positivi

Percorsi di accesso diversificati: “blu” per i sintomatici e “verde” per gli altri casi. Il direttore Calci: «Potenziato il servizio»

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UDINE. Il pronto soccorso di Udine, che sta già gestendo situazioni complesse, si sta attrezzando per affrontare un – inevitabile – picco di contagi da coronavirus. Sono stati infatti realizzati nuovi ambienti con un potenziamento di posti letto in grado di accogliere fino a un massimo di 26 pazienti Covid o sospetti tali. Con un percorso di accesso diversificato: “blu” per chi presenta i sintomi del virus, “verde” per tutti gli altri casi.

Una organizzazione necessaria per gestire al meglio le criticità della seconda ondata di pandemia. «La situazione è complessa – ammette senza giri di parole Mario Calci, direttore del Pronto soccorso di Udine – ed è in rapido e continuo cambiamento.

Peggio che a marzo, quando c’era stato un dimezzamento dei pazienti “no Covid” vuoi per il lockdown che aveva portato al crollo degli ingressi per traumi, vuoi per la paura della gente. Adesso l’obiettivo è di tenere aperto e garantire l’accesso alle cure a tutti i pazienti».

La scorsa primavera, non appena si era presentata la necessità di attivarsi rapidamente, il pronto soccorso udinese era stato attrezzato velocemente per accogliere i contagiati. «In pochissimo tempo – riprende il dottor Calci – abbiamo messo in piedi un pronto soccorso Covid che ha servito la provincia di Udine e inizialmente anche quella di Pordenone in un’area delle sale operatorie dove sono stati ricavati allo scopo quattro ambienti a pressione negativa.

Nei mesi estivi – continua il direttore – l’Azienda si è adoperata per realizzare un nuovo pronto soccorso Covid, con una sala operatoria, riorganizzando gli spazi in maniera tale da permetterci di gestire più malati in contemporanea fino a un massimo di 26 persone».

In queste ultime settimane il pronto soccorso ogni giorno accoglie un flusso «tra i dieci e i quindici pazienti positivi al virus e con una evolutività importante che vengono ricoverati». Con l’operazione di chiusura del pronto soccorso di Gemona e di quello di Cividale il personale delle due strutture «può essere utilizzato per aumentare la capacità di risposta dell’Azienda al Covid senza alterare le risposte date alle altre patologie», spiega il direttore.

Per non vanificare gli sforzi di medici, infermieri e operatori, mandando in sofferenza il sistema sanitario, è necessario il contributo di tutti. Nella guardiola, all’ingresso del pronto soccorso, sono indicati due tipi di percorso. «Il percorso “blu” – chiarisce il dottor Calci – è per chi presenta febbre, tosse, raffreddore e dispnea, mentre per tutti gli altri casi c’è quello “verde”.

Chi presenta solo sintomi quali febbre, alterazione di gusto e olfatto, dolori muscolari o tosse (ma non dispnea) non deve recarsi qui, ma deve rivolgersi al proprio medico che attiverà gli Usca (Unità speciali di continuità assistenziali). Deve venire in Ps, invece, chi non riesce a respirare bene, dal momento che la polmonite da Covid evolve in maniera molto rapida e va curata da subito».

La raccomandazione, naturalmente, è quella di non abusare e di recarsi in Pronto soccorso solo per reali urgenze, perché il rischio di infettarsi e di infettare gli altri è alto. «La capacità del virus – conclude Calci, che invita a non abbassare la guardia – non si è ridotta, anzi. La gravità è identica se non maggiore a quella di marzo e adesso vediamo abbassarsi l’età del contagio nella popolazione del Friuli Venezia Giulia». —


 

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