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Lockdown, non è vero che siamo tutti uguali: c'è chi resta senza lavoro e chi ha lo stipendio sempre garantito

Per questa lotta al virus adesso funziona una sola cosa: chiudere tutto. L’articolo 35 della costituzione cita: “La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni”. Basta. Non c’è scritto che se lavori nel pubblico hai maggiori diritti di quello che lavora nel privato

Renato D'Argenio
2 minuti di lettura
Uno dei cartelli apparsi durante la manifestazione di protesta a Genova 

UDINE. Non credo che un governo di un altro colore avrebbe affrontato meglio questa situazione pandemica. A parole sono uno meglio dell’altro; nella realtà sono tutti uguali. Fanno fede gli ultimi trent’anni.

Non ci credo perchè in questa lotta al virus funziona, purtroppo, e per adesso, una sola cosa: chiudere. Lockdown. Va comunque detto che in questi mesi si poteva fare molto di più. Dai 24 esperti della task force governativa, e dallo stesso governo ci si aspettava altro.

E, invece, in attesa della seconda ondata è stato gettato al vento il “vantaggio” che avevamo su altri Paesi. Non sono stati potenziati gli ospedali e i tracciamenti; non si è pensato a qualche nosocomio “no covid” (si muore anche di tumore e di cuore), non si è pensato a potenziare il trasporto pubblico e neppure le scuola, se si escludono i banchi a rotelle (servivano?).

È stato dimenticato il mondo della cultura Non si è pensato ad aumentare il personale sanitario, neppure i tamponi e i vaccini (quelli dell’influenza). Insomma, non è stata pianificata una vera alternativa.

Si è atteso aspettando, sperando di non chiudere. E rieccoci qui... a marzo. In Italia, in Europa, in altri Paesi del mondo si chiude. Ma stavolta rischiamo di perdere molte più aziende e, soprattutto, di amplificare le diseguaglianza, aumentando la spaccatura fra pubblico e privato.

La nostra Costituzione non fa differenze fra lavoratori, ma è innegabile che ci sono quelli di serie A e quelli di serie B (non parlo di fannulloni, quelli sono ovunque). I primi sono quelli del pubblico i secondi del privato.

I primi continuano a percepire lo stipendio anche se stanno a casa, ma non tutti sono impegnati, sia perché il governo ha adottato la sospensione dei termini dei procedimenti amministrativi sia perché pochi possono lavorare utilizzando piattaforme che consentono di accedere ad archivi, alla documentazione utile, di aggiornarsi, di protocollare o di lavorare in team.

“Con lo Smart Working è emerso anche quello che tutti sanno e che non si dice – si legge in un approfondimento de Il Sole24 Ore –: nella pubblica amministrazione una parte di personale non è facilmente utilizzabile. Per almeno due motivi: per la pigrizia del datore di lavoro pubblico, per il quale il personale è una risorsa data su cui soffermarsi solo all’atto del concorso e al momento del pensionamento; e perché le attività con basse competenze si sono ridotte, assorbite in altre attività o esternalizzate”. Eppure lo stipendio è sempre lo stesso. Sicuro. Garantito. Intoccabile. Tredicesima compresa e buoni pasto.

Nel privato se l’azienda si ferma, il dipendente percepisce la cassa integrazione, circa metà dello stipendio. E per di più non subito: è costretto a vivere nell’incertezza. Eppure, ribadisco, l’articolo 35 della costituzione cita: “La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni”. Basta. Non c’è scritto che se lavori nel pubblico hai maggiori diritti di quello che lavora nel privato.

E allora se la risposta a questa pandemia è chiudere, si chiuda per tutti quelli che in questo momento non sono indispensabili: escludendo sanitari, forze di polizia e scuola. Per comodità, uso un calcolo del collega Mattia Pertoldi, basato su dati Istat 2017: se ai dipendenti pubblici, che non siano sanitari, chiediamo per un mese un sacrificio lasciando loro gli stessi 600 euro dei bonus primaverili per le partite Iva, otteniamo un risparmio immediato per lo Stato di 5 miliardi 15 milioni 558 mila euro. Probabilmente sono di più.

Un altro esempio, si ispira ad una proposta fatta dai professori Gianmario Cinelli e Antonio Costagliola («Una proposta per non scegliere fra salute e sopravvivenza economica»), che a marzo spiegavano gli effetti di un “reddito di solidarietà”. «Quest’ultimo consisterebbe in un trasferimento universalistico a tutte le famiglie italiane pari a 900 euro per capofamiglia, a cui aggiungere 600 euro per ogni membro maggiorenne e 300 euro per ogni minorenne. La misura è prevista a costo zero per le finanze pubbliche, in quanto alimentata da un “congelamento” dei redditi – per due mesi – a tutti i lavoratori e pensionati».

La filosofia, in definitiva, è questa: siamo tutti sulla stessa barca. Il Covid non può privilegiare i “garantiti”. C’è il rischio di amplificare pericolosamente una spaccatura già importante, di aumentare le disuguaglianze sociali, ma “anche tra chi lavora all’ombra delle multinazionali e chi, invece, fa l’artigiano o il ristoratore” (Cacciari). Ci vorrebbe un Dpcm.

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