L'impercettibile somiglianza tra Trump e Savorgnan: passano i secoli ma quando ai vertici si litiga, in piazza ci si “sbudjele”

Savorgnan, il cui stemma di famiglia è, di fatto, ancora oggi quello della città di Udine, era a inizio cinquecento a capo degli zamberlani, ( la fazione filo veneziana), contro gli strumieri ( i filo imperiali). Un uomo di potere che fu in grado di orchestrare una rivolta spacciando per buone una serie di “fake news”. Non vi ricorda nessuno?

UDINE. Antonio “dal bocal”, così era ironicamente soprannominato dai suoi avversari Antonio Savorgnan. Pare che da piccolo il fratello gli avesse rotto in testa un boccale. A dire, che il tale nobile Antonio, aveva insomma una vena di pazzia nata da un bernoccolo, qualcosa di concreto insomma, almeno così suggerisce la saggezza popolare che da secoli affibbia soprannomi in par condicio, sia alle nobili teste che agli scemi del villaggio, senza mai fallire un bersaglio. 

Savorgnan, il cui stemma di famiglia è, di fatto, ancora oggi quello della città di Udine, era a inizio cinquecento a capo degli zamberlani, ( la fazione filo veneziana), contro gli strumieri ( i filo imperiali). Un uomo di potere che fu in grado di orchestrare una rivolta spacciando per buone una serie di “fake news”, che incitò la folla, fino a sobillare la rivolta, quel giovedì grasso del 1511 passato alla storia come la “crudel zobia grassa” in cui i membri della nobiltà castellana filoimperiale, Torriani, Colloredo, Strassoldo, Cergneu, Brazzacco, Spilimbergo e le loro clientele vennero massacrati per le strade di Udine. 

Alviero Negro, scrittore di teatro tra i più significativi del Friuli, di cui quest’anno ricorrono, tra le pressochè assenti celebrazioni, i cento anni dalla nascita a Muzzana, scrive il dramma storico in due parti “Strumîrs e zambarlàns”, pubblicato dalla Società Filologica Friulana nel 1978.   

Savorgnan è descritto con “anda di pofarbìo” (presuntuoso), un bullo, un don Giovanni, che si agita, arrischia, si espone, arrampica e che ai tempi nostri avrebbe twittato, compulsivamente. 

Uno di quelli che Negro detesta cordialmente e che ricorda tanto the Donald, cappellino calato su due fessure inespressive, la bocca perennemente atteggiata in una smorfia, il motto ripetuto a oltranza “America first” nei secoli già tristemente declinato in un “prima Vignesie”, “Germania uber alles”, “prima gli italiani”.   

Savorgnan e Trump sono entrambi sinistri quanto grotteschi, specie quando eccitano lo scontento e suggeriscono la possibilità di violenze asserragliati il primo, nella propria fortezza e il secondo nella Casa Bianca. 

In tempi moderni, nelle democrazie, sono gli elettori che mandano a casa i leader. Nel caso dell’americano, essenziale è stato il voto della comunità afro americana e delle donne che Trump ha dileggiato, umiliato, sbeffeggiato a più riprese. Anche nel testo di Negro c’è uno straordinario personaggio di popolana, Cunizze. È sua la battuta: quando ai vertici si litiga in piazza ci si “sbudjele”. Reggere il potere è questione di conoscenza e di responsabilità, insomma. 

Antonio Savorgnan finì parecchio male, fu sconfitto e infine assassinato davanti alla chiesa di Villacco. Il suo cervello, pare, fu mangiato dai cani. Quanto al leader schiumante rabbia che perde tra i lamenti quel minimo di dignità che ci si aspetterebbe da un ex presidente americano, un sipario che si chiude finalmente alle sue spalle è il miglior finale che un drammaturgo potesse scrivere.

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